Dalla prima lettera di San Pietro Apostolo: 1 Pt 1,6-9
"Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po' di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo; voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime".
giovedì 25 settembre 2008
mercoledì 9 luglio 2008
Viaggiare, visionare, visitare, modi di frequentare un Congresso Internazionale
Ci sono occasioni di confronto e di modestia professionale che non dobbiamo lasciarci sfuggire. Il fuori congresso, seppur non paragonabile per ricchezza al fuori salone milanese, è stato una piccola gemma all’interno del Congresso internazionale organizzato quest’anno a Torino. Vorrei suggerire solo alcuni percorsi, non tanto illustrarli.
Una prima evidenza è stata che Torino si è educata all’architettura; nel mentre al Lingotto si svolgeva il XXIII Congresso Mondiale di Architettura, ovunque in città, una piccola mostra, un evento ha fatto esperire ai cittadini l’architettura come parte della città, che l’architettura è un “valore” che le città formano, costruiscono per il bene comune e per le generazioni future. Si può dire amenamente che senza cultura l’uomo resta schiavo della clava, seppur grotte, palafitte e capanne conservano tutta la cultura che l’uomo ha sempre espresso in ogni epoca, affrancandosi sempre di più dalla naturalità selvaggia. Potremo dire che l’architettura segue anche i passi della democrazia, oltre che dei totalitarismi.
Mi sarei aspettato grandi mostre organizzate dai vari paesi invitati al Congresso internazionale, eppure se deluso da Cina, Giappone e Russia ho allo stesso tempo trovato fervide e ricche di spessore le piccole mostre organizzate dalla Repubblica Slovacca e dalla Turchia, ad esempio. Si può imparare ad essere architetti, oggi, non essendo nessuno oppure essendo un architetto da taccuino, un viaggiatore sprovveduto ed imprudente? Viaggiare, visionare, visitare sono termini e modi per frequentare un congresso come per interpretare la professione di architetto.
Nel mondo dell’architettura moderna ci sono linguaggi, meglio sarebbe dire mode, che sicuramente attraversano i tempi e gli spazi – non è difficile leggere nel numero maggiore dei casi mostrati nel fuori congresso torinese i soliti stilemi sia ad Istanbul che a Pechino – ma allo stesso ci sono “scuole” di pensiero dove eticamente si conservano modalità di approccio alla professione che implicano la tradizione e la modestia del professionista. Ebbene, ho imparato nel vedere il padiglione della Slovacchia che si può essere premiati per un concorso non abiurando il contatto col proprio territorio, ed ho imparato visionando le opere in mostra al padiglione turco che si può essere moderni senza essere etnicamente irriconoscibili. Una bandiera, a volte, non è segno di rigidezza, ma di nazionalità, di storia, di valori da scambiare nel mondo per il bene comune. Certamente, ho visto in questi paesi un attaccamento alle proprie radici che nel moderno mondo italiano sembrano scomparse.
Non si deve essere obbligatoriamente internazionali, come neppure vernacolari, ma l’architettura di questo tempo può permettersi di comunicare conoscenza sia dal passato che dalla modernità. Il recupero di un’architettura di qualità – dentro le nostre città sempre più drasticamente invivibili – sta avvenendo anche grazie al recupero di tecniche ed esperienze pre moderniste, oltre che ideologicamente ecologiste, e senza abiurare le conoscenze tecnologiche dell’inizio di questo secolo energivoro. Ci salverà la bellezza e la tecnologia?
Ho scoperto, passeggiando per Torino, che può esserci un uso saggio dei moderni mezzi di simulazione virtuale, potenti ed a volte violenti, quando si vuole far sperimentare al “moderno” studente di architettura, come al comune cittadino, che cinquantanni fa un certo Le Corbusier diede vita con alcuni suoi amici, all’interno di un padiglione, ad un concerto elettronico in cui lo spettatore era stimolato acusticamente e visivamente. Tema del concerto? L’umanità, l’evoluzione dell’umanità. Si può essere “moderni” anche essendo antichi, recuperando costantemente valori che sono prima di ogni nascita umana. Anche questo è parte di una visione etica dell’architettura, prima che estetica.
Ci si può imbattere anche nel padiglione della municipalità madrilena dove esaustivamente è stato mostrato il grande intervento pubblico per le abitazioni sociali. Inizialmente un grosso pannello indicava i quartieri, le nuove zone di espansione pianificate secondo una nuova regolamentazione, successivamente tre grandi pannelli mostravano la pianificazione urbana dei quartieri in via di costruzione, passando oltre un video illustrava la grande opera intrapresa per affrontare un problema strutturale in una società in continuo sviluppo, mentre una trentina di pannelli mettevano in mostra con dettagli costruttivi, plastici e video, ogni singolo progetto disegnato da studi professionali invitati a misurarsi – come tessera di un mosaico – dentro un unico puzzle. Infine, due appartamenti tipo di due edifici tipo sono stati stampati a terra perché l’architetto avventore – esattamente come me – potesse procedere a sperimentare sulla propria pelle ciò che in Spagna non solo si sta tentando di fare, ma si sta facendo, avendo bene in mente che l’unica urbanistica possibile è quella costruita.
Giovani architetti tedeschi, al riparo del politecnico di Torino e dentro al Lingotto, hanno fatto poi bella mostra non tanto di virtuosismi, ma di eleganza e di buona architettura moderna.
Che dire, infine? Sicuramente a noi italiani manca un quadro normativo di riferimento tale da interpretare le necessità della società moderna e di far fronte alle necessità sociali con un’architettura che parla la stessa lingua dall’urbanistica all’edilizia.
Filippo Boretti
Architetto da Prato
* per chi fosse curioso:
http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/collections/72157606048640322/
Una prima evidenza è stata che Torino si è educata all’architettura; nel mentre al Lingotto si svolgeva il XXIII Congresso Mondiale di Architettura, ovunque in città, una piccola mostra, un evento ha fatto esperire ai cittadini l’architettura come parte della città, che l’architettura è un “valore” che le città formano, costruiscono per il bene comune e per le generazioni future. Si può dire amenamente che senza cultura l’uomo resta schiavo della clava, seppur grotte, palafitte e capanne conservano tutta la cultura che l’uomo ha sempre espresso in ogni epoca, affrancandosi sempre di più dalla naturalità selvaggia. Potremo dire che l’architettura segue anche i passi della democrazia, oltre che dei totalitarismi.
Mi sarei aspettato grandi mostre organizzate dai vari paesi invitati al Congresso internazionale, eppure se deluso da Cina, Giappone e Russia ho allo stesso tempo trovato fervide e ricche di spessore le piccole mostre organizzate dalla Repubblica Slovacca e dalla Turchia, ad esempio. Si può imparare ad essere architetti, oggi, non essendo nessuno oppure essendo un architetto da taccuino, un viaggiatore sprovveduto ed imprudente? Viaggiare, visionare, visitare sono termini e modi per frequentare un congresso come per interpretare la professione di architetto.
Nel mondo dell’architettura moderna ci sono linguaggi, meglio sarebbe dire mode, che sicuramente attraversano i tempi e gli spazi – non è difficile leggere nel numero maggiore dei casi mostrati nel fuori congresso torinese i soliti stilemi sia ad Istanbul che a Pechino – ma allo stesso ci sono “scuole” di pensiero dove eticamente si conservano modalità di approccio alla professione che implicano la tradizione e la modestia del professionista. Ebbene, ho imparato nel vedere il padiglione della Slovacchia che si può essere premiati per un concorso non abiurando il contatto col proprio territorio, ed ho imparato visionando le opere in mostra al padiglione turco che si può essere moderni senza essere etnicamente irriconoscibili. Una bandiera, a volte, non è segno di rigidezza, ma di nazionalità, di storia, di valori da scambiare nel mondo per il bene comune. Certamente, ho visto in questi paesi un attaccamento alle proprie radici che nel moderno mondo italiano sembrano scomparse.
Non si deve essere obbligatoriamente internazionali, come neppure vernacolari, ma l’architettura di questo tempo può permettersi di comunicare conoscenza sia dal passato che dalla modernità. Il recupero di un’architettura di qualità – dentro le nostre città sempre più drasticamente invivibili – sta avvenendo anche grazie al recupero di tecniche ed esperienze pre moderniste, oltre che ideologicamente ecologiste, e senza abiurare le conoscenze tecnologiche dell’inizio di questo secolo energivoro. Ci salverà la bellezza e la tecnologia?
Ho scoperto, passeggiando per Torino, che può esserci un uso saggio dei moderni mezzi di simulazione virtuale, potenti ed a volte violenti, quando si vuole far sperimentare al “moderno” studente di architettura, come al comune cittadino, che cinquantanni fa un certo Le Corbusier diede vita con alcuni suoi amici, all’interno di un padiglione, ad un concerto elettronico in cui lo spettatore era stimolato acusticamente e visivamente. Tema del concerto? L’umanità, l’evoluzione dell’umanità. Si può essere “moderni” anche essendo antichi, recuperando costantemente valori che sono prima di ogni nascita umana. Anche questo è parte di una visione etica dell’architettura, prima che estetica.
Ci si può imbattere anche nel padiglione della municipalità madrilena dove esaustivamente è stato mostrato il grande intervento pubblico per le abitazioni sociali. Inizialmente un grosso pannello indicava i quartieri, le nuove zone di espansione pianificate secondo una nuova regolamentazione, successivamente tre grandi pannelli mostravano la pianificazione urbana dei quartieri in via di costruzione, passando oltre un video illustrava la grande opera intrapresa per affrontare un problema strutturale in una società in continuo sviluppo, mentre una trentina di pannelli mettevano in mostra con dettagli costruttivi, plastici e video, ogni singolo progetto disegnato da studi professionali invitati a misurarsi – come tessera di un mosaico – dentro un unico puzzle. Infine, due appartamenti tipo di due edifici tipo sono stati stampati a terra perché l’architetto avventore – esattamente come me – potesse procedere a sperimentare sulla propria pelle ciò che in Spagna non solo si sta tentando di fare, ma si sta facendo, avendo bene in mente che l’unica urbanistica possibile è quella costruita.
Giovani architetti tedeschi, al riparo del politecnico di Torino e dentro al Lingotto, hanno fatto poi bella mostra non tanto di virtuosismi, ma di eleganza e di buona architettura moderna.
Che dire, infine? Sicuramente a noi italiani manca un quadro normativo di riferimento tale da interpretare le necessità della società moderna e di far fronte alle necessità sociali con un’architettura che parla la stessa lingua dall’urbanistica all’edilizia.
Filippo Boretti
Architetto da Prato
* per chi fosse curioso:
http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/collections/72157606048640322/
domenica 8 giugno 2008
Tieniti al mondo; l'ora importante...
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,512s.
"Moderni o antimoderni, questa domanda è più che mai attuale e sta dietro a tutti gli interessi, non soltanto nell'ambito della moda o della salute, ma in tutti gli altri ambiti, nella scienza, nella letteratura, nella religione. Servite il tempo (Rm 12,11), in questo motto si dividono gli spiriti: gli uni acclamano semplicemente ciò che è moderno, gli altri, consapevolmente antimoderni, guardano addietro al buon tempo antico. Alla domanda: vuoi tu essere un uomo moderno?, i primi rispondono dunque decisamente 'sì' e i secondi altrettanto decisamente 'no'. Come si pone davanti a questo colui che si dice cristiano? come si pone davanti al cambiamento dei tempi, deve pensare in modo progressistico o conservatore, dev'essere moderno o antimoderno? Il problema fondamentale di ogni cristiano è evidentemente quello dell'eternità. Come ottengo in mezzo al tempo l'eternità? Qui c'è soltanto una via: fuoriuscire dal tempo, divenire indifferenti di fronte a tutto ciò che qui accade, vivere soltanto dell'eternità. Ma l'espressione 'servite il tempo' ci dice il contrario: volete trovare l'eternità, allora servite il tempo. Che immensa contraddizione deve sembrarci questa espressione: vuoi ciò che non passa, tieniti a ciò che passa, vuoi l'eterno, tieniti al temporale, vuoi Dio, tieniti al mondo".
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,514.
"Il presente è l'ora della piena responsabilità di Dio verso di noi, ogni presente; oggi e domani, il presente nella sua intera realtà e pluriformità; nella storia universale vi è sempre e soltanto un'ora importante, quella del presente. Chi fugge dal presente, fugge il tempo di Dio, chi fugge dal tempo, fugge Dio. Servite il tempo! Il signore del tempo è Dio, la svolta dei tempi è Cristo, il giusto spirito del tempo è lo Spirito Santo. Così, in ogni istante si nascondono tre cose: che io riconosco Dio come il signore della mia vita, che mi piego davanti al Cristo come al punto di svolta della mia vita deal giudizio alla grazia, che tento di creare spazio e forza in mezzo allo spirito del mondo per lo Spirito Santo [...]. Servire il tempo non significa divenirne schiavi, non significa approvare ciò che è attuale, soltanto perché lo è. Al servizio appartiene la forza della propria volontà e delle proprie idee, e non la debolezza del rincorrere e dell'acclamare; non significa: servire la moda, ma servite il tempo. La moda è ciò che gli uomini fanno comunque, sia che sia buono o disprezzabile. Il tempo è ciò che fa Dio e non ciò che servono gli uomini; servire Dio significa servire il tempo".
brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
DBW 10,512s.
"Moderni o antimoderni, questa domanda è più che mai attuale e sta dietro a tutti gli interessi, non soltanto nell'ambito della moda o della salute, ma in tutti gli altri ambiti, nella scienza, nella letteratura, nella religione. Servite il tempo (Rm 12,11), in questo motto si dividono gli spiriti: gli uni acclamano semplicemente ciò che è moderno, gli altri, consapevolmente antimoderni, guardano addietro al buon tempo antico. Alla domanda: vuoi tu essere un uomo moderno?, i primi rispondono dunque decisamente 'sì' e i secondi altrettanto decisamente 'no'. Come si pone davanti a questo colui che si dice cristiano? come si pone davanti al cambiamento dei tempi, deve pensare in modo progressistico o conservatore, dev'essere moderno o antimoderno? Il problema fondamentale di ogni cristiano è evidentemente quello dell'eternità. Come ottengo in mezzo al tempo l'eternità? Qui c'è soltanto una via: fuoriuscire dal tempo, divenire indifferenti di fronte a tutto ciò che qui accade, vivere soltanto dell'eternità. Ma l'espressione 'servite il tempo' ci dice il contrario: volete trovare l'eternità, allora servite il tempo. Che immensa contraddizione deve sembrarci questa espressione: vuoi ciò che non passa, tieniti a ciò che passa, vuoi l'eterno, tieniti al temporale, vuoi Dio, tieniti al mondo".
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,514.
"Il presente è l'ora della piena responsabilità di Dio verso di noi, ogni presente; oggi e domani, il presente nella sua intera realtà e pluriformità; nella storia universale vi è sempre e soltanto un'ora importante, quella del presente. Chi fugge dal presente, fugge il tempo di Dio, chi fugge dal tempo, fugge Dio. Servite il tempo! Il signore del tempo è Dio, la svolta dei tempi è Cristo, il giusto spirito del tempo è lo Spirito Santo. Così, in ogni istante si nascondono tre cose: che io riconosco Dio come il signore della mia vita, che mi piego davanti al Cristo come al punto di svolta della mia vita deal giudizio alla grazia, che tento di creare spazio e forza in mezzo allo spirito del mondo per lo Spirito Santo [...]. Servire il tempo non significa divenirne schiavi, non significa approvare ciò che è attuale, soltanto perché lo è. Al servizio appartiene la forza della propria volontà e delle proprie idee, e non la debolezza del rincorrere e dell'acclamare; non significa: servire la moda, ma servite il tempo. La moda è ciò che gli uomini fanno comunque, sia che sia buono o disprezzabile. Il tempo è ciò che fa Dio e non ciò che servono gli uomini; servire Dio significa servire il tempo".
brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
giovedì 8 maggio 2008
Per un'etica della città
La Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell'America's cup di Valencia integrati in una città che si è saputa rigenerare dalle sue fondamenta.
Tutto ciò che è umano mi interessa, anche se spesso non è esteticamente moderno ed accattivante, ma ogni trasformazione di città – seppur è interessante – ha un costo umano (sociale, economico, culturale, religioso etc.) e dunque può esser bella, vera e buona a seconda del bene comune che riesce a produrre per i propri cittadini-abitanti. C’è infatti un paradosso che è alla base del nostro essere architetti in giro per il mondo – nuovi giapponesi capaci di catturare immagini ovunque – ed è quello di essere sempre meno cittadini-abitanti di Città e sempre più cittadini-consumatori di eventi e di parchi tematici prodotti o sotto-prodotti dalla globalizzazione; pronti, cioè, ad essere sensibili nei confronti di un’etica dell’estetica, piuttosto che nei confronti dell’etica della Città…
Che giudizio si dà a Valencia, cogliendo le grandi opere della Città delle Scienze e della Arti – di Santiago Calatrava – e del Porto America’s Cup con la realizzazione prossima futura del nuovo circuito di Formula 1 e l’intervento di David Chipperfield? Valencia è più una città globalizzata – resa simile a tante altre dal mondo della finanza e da un indistinto international fashion stile – o è piuttosto un luogo salvato ma morto a livello globale?…
Questo mio primo reportage – da scrittore e da fotografo – cerca di entrare nel cuore di questa etica e di questa città con tutti i limiti di chi visita e non vi abita (http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/).
Valencia è a mio modo una Città glo-cal (fra il globale ed il locale), anzi una solida città che ha integrato nel suo presente locale – pensato ed organizzato fin dagli anni ‘80 – le risposte essenziali da dare prima di tutto ai propri cittadini-abitanti, dove la cosiddetta architettura da copertina risulta oggi – seppur magniloquente e monumentale – marginale rispetto all’impianto vasto, coeso e funzionante della città. A Valencia si percepisce una visione alta della politica, sia dei cittadini che degli amministratori, dove ciascuno sembra capace di pensare al bene comune e non solo ad amministrare il dato corrente senza immagine per il futuro (un bene altrettanto comune e necessario per le generazioni avvenire…).
Proviamo a tirare una linea, a fare le somme per vedere se il risultato della Valencia contemporanea può considerarsi positivo allora.
Per prima cosa Valencia è una città dove l’evidente vastità della sua anonima ed amorfa periferia – a volte squallida – trova l’essenziali risposte all’irrinunciabile necessità di benessere e di relazione dei cittadini nel letto di un fiume – il Turia – oramai privo di acqua e trasformato in un enorme parco verde attrezzato, mosso e vario, spina dorsale di tutta intera la città. Su di esso si affacciano interi quartieri cittadini, è attraversato da strade e linee metropolitane, è arricchito da piste ciclabili e percorsi pedonali, da campi sportivi e da giardini per ogni età, da luoghi di ritrovo all’aperto o al riparo delle intemperie per un sano vivere civico. Ma Valencia – ed è il suo secondo aspetto – è anche la città che, ai margini di se stessa, alla foce del fiume inesistente e nel porto marittimo decaduto, ha trovato risposte ad altre attese da sempre tenute vive quali quelle di una città secolare, ricca di cultura e di beni, cresciuta grazie al lavoro dei mercanti valenciani in giro per il mondo: essere inter-nazionale. La costruzione di una città nella città, o se vogliamo di un parco nel parco – presente nel letto del fiume Turia – quale è stata la realizzazione della Città delle Scienze e delle Arti di Santiago Calatrava, il più celebre dei valenciani viventi, ingegnere/architetto – enormi, magniloquenti e monumentali architetture, veri mammuth tecnologici della modernità – e la trasformazione del bacino portuale decaduto in un nuovo terminale finanziario capace di richiamare eventi mediatici internazionali, quali l’America’s cup o il prossimo gran premio di Formula 1, rappresenta il respiro ed il volto internazionale della Valencia contemporanea.
Valencia glo-cal: globale per il cittadino-consumatore chi proviene da fuori e da dentro la città contemporanea, e locale per il cittadino-abitante della municipalità valenciana. Valencia sia per le famiglie che per la finanza, sia per la comunità valenciana che per la Spagna, che per i cittadini-turisti-consumatori dell’Unione Europea od extracomunitari… Valencia, dunque, un affare mediatico – capace di attrarre capitali stranieri – riuscito perché rispettoso della Città?
Quello che si nota camminando per giorni dentro il letto del Turia – deviato dall’uomo/recuperato dall’uomo – è che il corso del fiume verde, del parco al posto del fiume, collega e non separa le due città presenti nella città di Valencia – la città storica ed abitata, e quella internazionale e avveniristica di Calatrava o di Chipperfield: la città storica defluisce lentamente verso quella avveniristica fino ad arrivare al porto e quella internazionale risale dal porto, con la risacca marina, portando i nuovi bene dei mercati globali e mediatici alla città abitata. Così come il vecchio mondo si collegava al nuovo tramite il mare, oggi dal mare globale si risale il fiume trasformato da collegamenti mediati e globalizzati verso la medesima città. Ma a Valencia si è fatto anche qualcosa di diverso ed in più, si risale per il fiume verde, vivo, pieno di una fauna tutta umana: le persone.
Valencia è tanto ricca di tradizioni etno-culturali e religiose, quanto laica e spregiudicata nella modernità; per la città storica/abitata e per quella avveniristica/internazionale, l’orizzonte resta il solito: il futuro, simbolicamente rappresentato dalla foce del fiume – trasformata in città delle scienze e delle arti – e dal porto marittimo – trasformato dall’America’s cup e dal circuito mondiale di Formula 1. L’approdo e la partenza in questa città si compenetrano, così come storia ed avvenire si soffermano in un presente vissuto, locale e globale, comunque non idealizzato, e concretizzto. Qui a Valencia, globale e locale cercano un equilibrio nient’affatto illusorio anche se i mammuth di Calatrava o le sporgenti ed aggettanti terrazze di David Chipperfield, al porto dell’American’s cup, sembrano strizzare un po’ troppo compiaciuti l’occhio ad un international life stile ipertecnologico e modaiolo (sotto le terrazze di Chipperfield e suadentemente sdraiati – e non seduti – su enormi puff minimal chic si sentono risuonare solo note da buddabar).
L’uno e l’altro intervento – la città tematica ed il porto international stile – che oggi sembrano all’avanguardia sono forse votati, fra dieci o venti o al massimo trent’anni, ad essere archeologia del presente? Le monumentali creature di Calatrava fra qualche anno non diventeranno forse dei mammuth tecnologici ritrovati nella foce di un fiume che non c’è più? Ed il porto mediatico, costruito per Alinghi e per farvi sfrecciare le avveniristiche macchine di Formula 1, non risuonerà di assordanti silenzi siderali se le telecamere della globalizzazione non tornano regolarmente a puntarvi i loro riflettori?
Questo è sicuramente il pericolo di Valencia – perché nessuno oggi resiste ai media o alla loro assenza – ma sembra essere anche un rischio calcolato: l’eventuale fallimento di uno di questi due interventi non troverà una città sbilanciata; il baricentro è saldo nell’entroterra, nel cuore della Città storica/abitata di Valencia. Si può vivere anche senza Calatrava e senza un porto mediatico; entrambi gli interventi si riducono in fondo ad essere due enormi parchi del divertimento tematici.
Ebbene, quando una Città nel suo insieme vive su delle solide fondamenta, tutto questo non si traduce in fattore di destabilizzazione, ma di stimolo, di simbolo, di identità per i suoi cittadini-abitanti. L’operazione messa in atto da Valencia è solo in parte vanitas, dall’altra è cultura e intraprendenza con la consapevolezza che la Città oggi già vive bene.
Da una parte il recupero del letto del fiume Turia è stata la vittoria del cittadino-abitante di Valencia, dall’altra la Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell’American’s cup e della Formula 1 sono l’occasione vinta dal cittadino-consumatore glo-cal, turista-consumatore, architetto-consumatore, moderno giapponese (qualsiasi cittadino occidentale, oggi, è pronto a scattare quantità sconsiderate di foto digitali o di filmare centinaia di minuti scaricabili su blog ed in You Tube…). Da una parte abbiamo la capacità di una municipalità spagnola di “fare” urbanistica – basta addentrarsi per la città storica, per il quartiere universitario, per il quartiere direzionale etc. – dove il cittadino-abitante ha vinto la sfida di una politica che è impegnata a progettare il bene comune, dall’altra abbiamo l’esaltazione tecnicista e modaiola di interpretare l’essere di una città nel mondo come cittadini-consumatori… Contraddizioni del medesimo cittadino – ora abitante, ora consumatore – e della solita città?
Resta l’inopinabile fatto che oggi a Valencia non è come essere dieci anni fa a Bilbao; Valencia è riuscita a mediare – nelle pur evidenti contraddizioni che mai del tutto si possono assorbire o neutralizzare – fra due anime e fra due visioni della città contemporanea ed occidentale: quella appunto del cittadino-abitante (sempre in cerca di spazi di relazione, di socializzazione) e quella per il cittadino-consumatore (sempre in cerca di bisogni e di soddisfazioni). Tant’è che per comprendere le contraddizioni non assorbite basta spostarsi verso la periferia di Valencia dove i numerosi centri commerciali sono nuove cattedrali del consumismo laicista in cui ogni appartenenza religiosa, etnica, culturale etc. si appiattisce, e dove le parrocchie vere, quelle ancora presenti e radicate nella cattolicissima Spagna, risultano letteralmente assorbite dai palazzi pluripiano e incapaci – urbanisticamente e simbolicamente – di gareggiare con edifici ed insegne pubblicitarie sempre più sfavillanti ed aggressivi commercialmente.
Dunque, Valencia ampia e vasta si è o non si è lasciata vincere dalla globalizzazione? A parer mio no, non si è lasciata vincere, ma certamente non per questo è Utopia; ha solo trovato, se così si può affermare, un equilibrio seppur labile come tutti gli equilibri moderni, perché dinamici e mai statici. Essa tenta di assorbire nella tradizione che non ha abbandonato – assolutamente presenti in città sono le produzioni agro-silvo-pastorali e la commercializzazione dei prodotti ittici pescati nel frontistante mediterraneo, le feste religiose etc. – i portati della globalizzazione ed in parte, questi restano ai suoi margini, simbolicamente alla foce del vecchio fiume e nel porto trasformato dai media. Può essere sufficiente per il futuro di una città di 800.000 abitanti?
Se da una parte a Valencia abbiamo le attrattive per chi non è più cittadino-abitante, ma cittadino-consumatore / turista-consumatore, dall’altra permane l’opera profonda di una città che non ha perso il legame con l’entroterra e con il mare, con le tradizioni, con la storia, con la religione, con il mondo del lavoro; anzi è da questa parte che è iniziato il cammino difficile e doloroso della rigenerazione. Oggi il centro storico è vivibile, forse uno dei centri storici più vivibili che abbiamo in Europa. Non è un caso che, girando per la città, si abbia l’impressione di incontrare persone felici, abitanti fieri di vivere a Valencia. In fin dei conti nessun valenciano mi è sembrato troppo compiaciuto della Città delle Scienze e delle Arti, o del porto dell’American’s cup; agli spettacolari e scenografici interventi messi in atto preferisce il rinnovo urbano stando attento alla qualità e al costo della vita. La città di Valencia non ha abdicato alla responsabilità di darsi un futuro e di perseguirlo nell’insieme del suo territorio urbano. Certo, le periferie più estreme restano le più degradate (scambiatori di calore appesi a finestre e a balconi sono la norma, così come le foreste di antenne sopra gli edifici), ma anche lì gli spazi di relazione per anziani e bambini non mancano ed un parco, un giardino, una panchina ed una parrocchia sono sempre presenti.
La Città delle Scienze e delle Arti, così come il porto dell’Amercica’s cup, sono sicuramente un costoso intervento da mantenere, ma marginali. E’ nell’entroterra, nel cuore della città storica che si incontrano i fermenti che hanno dato origine a queste operazioni finanziarie e culturali. Calatrava è nato, ha studiato ed ha frequentato l’Università di Valencia; qui risiede in un bellissimo terratetto proprio dietro la Cattedrale dedicata alla Beata Vergine Maria.
Tirando la somma, di fronte a queste operazioni messe in atto dalla municipalità valenciana, non si ha un risultato la cui somma è negativa o pari a zero; qui non si sono costruite delle cattedrali nel deserto, anche se Dubai – stando sotto queste architetture di Calatrava o sulla pista di Formula 1 – non è lontana. Siamo ancora nel cuore della vecchia Europa cristiana e della cattolicissima Spagna, seppur sempre più laicista, secolarizzata e globalizzata, ed il fuoriscala non sono città costruite nell’arco di pochi anni in pieno deserto senza tradizioni, senza storia, senza un legame.
Tutto ciò che è umano mi interessa, anche se spesso non è esteticamente moderno ed accattivante, ma ogni trasformazione di città – seppur è interessante – ha un costo umano (sociale, economico, culturale, religioso etc.) e dunque può esser bella, vera e buona a seconda del bene comune che riesce a produrre per i propri cittadini-abitanti. C’è infatti un paradosso che è alla base del nostro essere architetti in giro per il mondo – nuovi giapponesi capaci di catturare immagini ovunque – ed è quello di essere sempre meno cittadini-abitanti di Città e sempre più cittadini-consumatori di eventi e di parchi tematici prodotti o sotto-prodotti dalla globalizzazione; pronti, cioè, ad essere sensibili nei confronti di un’etica dell’estetica, piuttosto che nei confronti dell’etica della Città…
Che giudizio si dà a Valencia, cogliendo le grandi opere della Città delle Scienze e della Arti – di Santiago Calatrava – e del Porto America’s Cup con la realizzazione prossima futura del nuovo circuito di Formula 1 e l’intervento di David Chipperfield? Valencia è più una città globalizzata – resa simile a tante altre dal mondo della finanza e da un indistinto international fashion stile – o è piuttosto un luogo salvato ma morto a livello globale?…
Questo mio primo reportage – da scrittore e da fotografo – cerca di entrare nel cuore di questa etica e di questa città con tutti i limiti di chi visita e non vi abita (http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/).
Valencia è a mio modo una Città glo-cal (fra il globale ed il locale), anzi una solida città che ha integrato nel suo presente locale – pensato ed organizzato fin dagli anni ‘80 – le risposte essenziali da dare prima di tutto ai propri cittadini-abitanti, dove la cosiddetta architettura da copertina risulta oggi – seppur magniloquente e monumentale – marginale rispetto all’impianto vasto, coeso e funzionante della città. A Valencia si percepisce una visione alta della politica, sia dei cittadini che degli amministratori, dove ciascuno sembra capace di pensare al bene comune e non solo ad amministrare il dato corrente senza immagine per il futuro (un bene altrettanto comune e necessario per le generazioni avvenire…).
Proviamo a tirare una linea, a fare le somme per vedere se il risultato della Valencia contemporanea può considerarsi positivo allora.
Per prima cosa Valencia è una città dove l’evidente vastità della sua anonima ed amorfa periferia – a volte squallida – trova l’essenziali risposte all’irrinunciabile necessità di benessere e di relazione dei cittadini nel letto di un fiume – il Turia – oramai privo di acqua e trasformato in un enorme parco verde attrezzato, mosso e vario, spina dorsale di tutta intera la città. Su di esso si affacciano interi quartieri cittadini, è attraversato da strade e linee metropolitane, è arricchito da piste ciclabili e percorsi pedonali, da campi sportivi e da giardini per ogni età, da luoghi di ritrovo all’aperto o al riparo delle intemperie per un sano vivere civico. Ma Valencia – ed è il suo secondo aspetto – è anche la città che, ai margini di se stessa, alla foce del fiume inesistente e nel porto marittimo decaduto, ha trovato risposte ad altre attese da sempre tenute vive quali quelle di una città secolare, ricca di cultura e di beni, cresciuta grazie al lavoro dei mercanti valenciani in giro per il mondo: essere inter-nazionale. La costruzione di una città nella città, o se vogliamo di un parco nel parco – presente nel letto del fiume Turia – quale è stata la realizzazione della Città delle Scienze e delle Arti di Santiago Calatrava, il più celebre dei valenciani viventi, ingegnere/architetto – enormi, magniloquenti e monumentali architetture, veri mammuth tecnologici della modernità – e la trasformazione del bacino portuale decaduto in un nuovo terminale finanziario capace di richiamare eventi mediatici internazionali, quali l’America’s cup o il prossimo gran premio di Formula 1, rappresenta il respiro ed il volto internazionale della Valencia contemporanea.
Valencia glo-cal: globale per il cittadino-consumatore chi proviene da fuori e da dentro la città contemporanea, e locale per il cittadino-abitante della municipalità valenciana. Valencia sia per le famiglie che per la finanza, sia per la comunità valenciana che per la Spagna, che per i cittadini-turisti-consumatori dell’Unione Europea od extracomunitari… Valencia, dunque, un affare mediatico – capace di attrarre capitali stranieri – riuscito perché rispettoso della Città?
Quello che si nota camminando per giorni dentro il letto del Turia – deviato dall’uomo/recuperato dall’uomo – è che il corso del fiume verde, del parco al posto del fiume, collega e non separa le due città presenti nella città di Valencia – la città storica ed abitata, e quella internazionale e avveniristica di Calatrava o di Chipperfield: la città storica defluisce lentamente verso quella avveniristica fino ad arrivare al porto e quella internazionale risale dal porto, con la risacca marina, portando i nuovi bene dei mercati globali e mediatici alla città abitata. Così come il vecchio mondo si collegava al nuovo tramite il mare, oggi dal mare globale si risale il fiume trasformato da collegamenti mediati e globalizzati verso la medesima città. Ma a Valencia si è fatto anche qualcosa di diverso ed in più, si risale per il fiume verde, vivo, pieno di una fauna tutta umana: le persone.
Valencia è tanto ricca di tradizioni etno-culturali e religiose, quanto laica e spregiudicata nella modernità; per la città storica/abitata e per quella avveniristica/internazionale, l’orizzonte resta il solito: il futuro, simbolicamente rappresentato dalla foce del fiume – trasformata in città delle scienze e delle arti – e dal porto marittimo – trasformato dall’America’s cup e dal circuito mondiale di Formula 1. L’approdo e la partenza in questa città si compenetrano, così come storia ed avvenire si soffermano in un presente vissuto, locale e globale, comunque non idealizzato, e concretizzto. Qui a Valencia, globale e locale cercano un equilibrio nient’affatto illusorio anche se i mammuth di Calatrava o le sporgenti ed aggettanti terrazze di David Chipperfield, al porto dell’American’s cup, sembrano strizzare un po’ troppo compiaciuti l’occhio ad un international life stile ipertecnologico e modaiolo (sotto le terrazze di Chipperfield e suadentemente sdraiati – e non seduti – su enormi puff minimal chic si sentono risuonare solo note da buddabar).
L’uno e l’altro intervento – la città tematica ed il porto international stile – che oggi sembrano all’avanguardia sono forse votati, fra dieci o venti o al massimo trent’anni, ad essere archeologia del presente? Le monumentali creature di Calatrava fra qualche anno non diventeranno forse dei mammuth tecnologici ritrovati nella foce di un fiume che non c’è più? Ed il porto mediatico, costruito per Alinghi e per farvi sfrecciare le avveniristiche macchine di Formula 1, non risuonerà di assordanti silenzi siderali se le telecamere della globalizzazione non tornano regolarmente a puntarvi i loro riflettori?
Questo è sicuramente il pericolo di Valencia – perché nessuno oggi resiste ai media o alla loro assenza – ma sembra essere anche un rischio calcolato: l’eventuale fallimento di uno di questi due interventi non troverà una città sbilanciata; il baricentro è saldo nell’entroterra, nel cuore della Città storica/abitata di Valencia. Si può vivere anche senza Calatrava e senza un porto mediatico; entrambi gli interventi si riducono in fondo ad essere due enormi parchi del divertimento tematici.
Ebbene, quando una Città nel suo insieme vive su delle solide fondamenta, tutto questo non si traduce in fattore di destabilizzazione, ma di stimolo, di simbolo, di identità per i suoi cittadini-abitanti. L’operazione messa in atto da Valencia è solo in parte vanitas, dall’altra è cultura e intraprendenza con la consapevolezza che la Città oggi già vive bene.
Da una parte il recupero del letto del fiume Turia è stata la vittoria del cittadino-abitante di Valencia, dall’altra la Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell’American’s cup e della Formula 1 sono l’occasione vinta dal cittadino-consumatore glo-cal, turista-consumatore, architetto-consumatore, moderno giapponese (qualsiasi cittadino occidentale, oggi, è pronto a scattare quantità sconsiderate di foto digitali o di filmare centinaia di minuti scaricabili su blog ed in You Tube…). Da una parte abbiamo la capacità di una municipalità spagnola di “fare” urbanistica – basta addentrarsi per la città storica, per il quartiere universitario, per il quartiere direzionale etc. – dove il cittadino-abitante ha vinto la sfida di una politica che è impegnata a progettare il bene comune, dall’altra abbiamo l’esaltazione tecnicista e modaiola di interpretare l’essere di una città nel mondo come cittadini-consumatori… Contraddizioni del medesimo cittadino – ora abitante, ora consumatore – e della solita città?
Resta l’inopinabile fatto che oggi a Valencia non è come essere dieci anni fa a Bilbao; Valencia è riuscita a mediare – nelle pur evidenti contraddizioni che mai del tutto si possono assorbire o neutralizzare – fra due anime e fra due visioni della città contemporanea ed occidentale: quella appunto del cittadino-abitante (sempre in cerca di spazi di relazione, di socializzazione) e quella per il cittadino-consumatore (sempre in cerca di bisogni e di soddisfazioni). Tant’è che per comprendere le contraddizioni non assorbite basta spostarsi verso la periferia di Valencia dove i numerosi centri commerciali sono nuove cattedrali del consumismo laicista in cui ogni appartenenza religiosa, etnica, culturale etc. si appiattisce, e dove le parrocchie vere, quelle ancora presenti e radicate nella cattolicissima Spagna, risultano letteralmente assorbite dai palazzi pluripiano e incapaci – urbanisticamente e simbolicamente – di gareggiare con edifici ed insegne pubblicitarie sempre più sfavillanti ed aggressivi commercialmente.
Dunque, Valencia ampia e vasta si è o non si è lasciata vincere dalla globalizzazione? A parer mio no, non si è lasciata vincere, ma certamente non per questo è Utopia; ha solo trovato, se così si può affermare, un equilibrio seppur labile come tutti gli equilibri moderni, perché dinamici e mai statici. Essa tenta di assorbire nella tradizione che non ha abbandonato – assolutamente presenti in città sono le produzioni agro-silvo-pastorali e la commercializzazione dei prodotti ittici pescati nel frontistante mediterraneo, le feste religiose etc. – i portati della globalizzazione ed in parte, questi restano ai suoi margini, simbolicamente alla foce del vecchio fiume e nel porto trasformato dai media. Può essere sufficiente per il futuro di una città di 800.000 abitanti?
Se da una parte a Valencia abbiamo le attrattive per chi non è più cittadino-abitante, ma cittadino-consumatore / turista-consumatore, dall’altra permane l’opera profonda di una città che non ha perso il legame con l’entroterra e con il mare, con le tradizioni, con la storia, con la religione, con il mondo del lavoro; anzi è da questa parte che è iniziato il cammino difficile e doloroso della rigenerazione. Oggi il centro storico è vivibile, forse uno dei centri storici più vivibili che abbiamo in Europa. Non è un caso che, girando per la città, si abbia l’impressione di incontrare persone felici, abitanti fieri di vivere a Valencia. In fin dei conti nessun valenciano mi è sembrato troppo compiaciuto della Città delle Scienze e delle Arti, o del porto dell’American’s cup; agli spettacolari e scenografici interventi messi in atto preferisce il rinnovo urbano stando attento alla qualità e al costo della vita. La città di Valencia non ha abdicato alla responsabilità di darsi un futuro e di perseguirlo nell’insieme del suo territorio urbano. Certo, le periferie più estreme restano le più degradate (scambiatori di calore appesi a finestre e a balconi sono la norma, così come le foreste di antenne sopra gli edifici), ma anche lì gli spazi di relazione per anziani e bambini non mancano ed un parco, un giardino, una panchina ed una parrocchia sono sempre presenti.
La Città delle Scienze e delle Arti, così come il porto dell’Amercica’s cup, sono sicuramente un costoso intervento da mantenere, ma marginali. E’ nell’entroterra, nel cuore della città storica che si incontrano i fermenti che hanno dato origine a queste operazioni finanziarie e culturali. Calatrava è nato, ha studiato ed ha frequentato l’Università di Valencia; qui risiede in un bellissimo terratetto proprio dietro la Cattedrale dedicata alla Beata Vergine Maria.
Tirando la somma, di fronte a queste operazioni messe in atto dalla municipalità valenciana, non si ha un risultato la cui somma è negativa o pari a zero; qui non si sono costruite delle cattedrali nel deserto, anche se Dubai – stando sotto queste architetture di Calatrava o sulla pista di Formula 1 – non è lontana. Siamo ancora nel cuore della vecchia Europa cristiana e della cattolicissima Spagna, seppur sempre più laicista, secolarizzata e globalizzata, ed il fuoriscala non sono città costruite nell’arco di pochi anni in pieno deserto senza tradizioni, senza storia, senza un legame.
mercoledì 30 aprile 2008
Ho trovato un'ara con l'iscrizione: al Dio ignoto.
Dagli Atti degli Apostoli:
At 17, 15-22-18,1
In quel tempo, quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l'ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto.
Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: "Poiché di lui stirpe noi siamo".
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana.
Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionìgi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto.
At 17, 15-22-18,1
In quel tempo, quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l'ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto.
Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: "Poiché di lui stirpe noi siamo".
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana.
Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionìgi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto.
domenica 27 aprile 2008
Pronti sempre a dare ragione di un mistero insondabile che è in noi...
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo:1 Pt 3, 15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
E' meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
Dietrich Bonhoeffer
DBW 6,69-70
"Chi guarda Gesù Cristo vede in effetti contemporaneamente Dio e il mondo, d'ora in poi non può più vedere Dio senza il mondo né il mondo senza Dio. Ecce homo - Guardate che uomo! In lui è avvenuta la riconciliazione del mondo con Dio. Non attraverso la disgregazione, ma attraverso la riconciliazione si viene a capo del mondo. Non ideali, programmi, non la coscienza, il dovere, la responsabilità, la virtù, bensì soltanto l'amore perfetto di Dio riesce ad affrontare la realtà e a venirne a capo. Ancora una volta non è un'idea generica dell'amore, ma l'amore di Dio realmente vissuto in Gesù Cristo a riportare tale vittoria. Tale amore di Dio per il mondo non abbandona la realtà per ritirarsi in anime nobili lontane dal mondo, ma sperimenta e soffre la realtà del mondo nel mondo più duro. il mondo infuria contro il corpo di Gesù Cristo. Ma il martirizzato perdona al mondo il suo peccato. Così avviene la riconciliazione. Ecce homo. Con capovolgimento incomprensibile di ogni modo giusto e pio di pensare Dio si dichiara colpevole nei confronti del mondo e cancella così la colpa del mondo; Dio stesso intraprende il cammino umiliante della riconciliazione e assolve così il mondo; egli vuole essere colpevole della nostra cola, prende su di sé il castigo e la sofferenza che la colpa ci ha attirato addosso. Dio risponde dell'empietà, l'amore dell'odio, il santo del peccatore. Ora non esiste più alcuna empietà, alcun odio, alcun peccato che Dio non abbia preso su di sé, sofferto ed espiato. Ora non esiste più alcuna realtà, alcun mondo che non sia riconciliato e in pace con Dio. Questo Dio ha fatto nel suo diletto figlio Gesù Cristo. Ecce homo - guardate il Dio che si è fatto uomo, il mistero insondabile dell'amore di Dio per il mondo. Dio ama l'uomo. Dio ama il mondo. Non un uomo ideale ma l'uomo così com'è, non un mondo ideale, ma il mondo reale".
tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
E' meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
Dietrich Bonhoeffer
DBW 6,69-70
"Chi guarda Gesù Cristo vede in effetti contemporaneamente Dio e il mondo, d'ora in poi non può più vedere Dio senza il mondo né il mondo senza Dio. Ecce homo - Guardate che uomo! In lui è avvenuta la riconciliazione del mondo con Dio. Non attraverso la disgregazione, ma attraverso la riconciliazione si viene a capo del mondo. Non ideali, programmi, non la coscienza, il dovere, la responsabilità, la virtù, bensì soltanto l'amore perfetto di Dio riesce ad affrontare la realtà e a venirne a capo. Ancora una volta non è un'idea generica dell'amore, ma l'amore di Dio realmente vissuto in Gesù Cristo a riportare tale vittoria. Tale amore di Dio per il mondo non abbandona la realtà per ritirarsi in anime nobili lontane dal mondo, ma sperimenta e soffre la realtà del mondo nel mondo più duro. il mondo infuria contro il corpo di Gesù Cristo. Ma il martirizzato perdona al mondo il suo peccato. Così avviene la riconciliazione. Ecce homo. Con capovolgimento incomprensibile di ogni modo giusto e pio di pensare Dio si dichiara colpevole nei confronti del mondo e cancella così la colpa del mondo; Dio stesso intraprende il cammino umiliante della riconciliazione e assolve così il mondo; egli vuole essere colpevole della nostra cola, prende su di sé il castigo e la sofferenza che la colpa ci ha attirato addosso. Dio risponde dell'empietà, l'amore dell'odio, il santo del peccatore. Ora non esiste più alcuna empietà, alcun odio, alcun peccato che Dio non abbia preso su di sé, sofferto ed espiato. Ora non esiste più alcuna realtà, alcun mondo che non sia riconciliato e in pace con Dio. Questo Dio ha fatto nel suo diletto figlio Gesù Cristo. Ecce homo - guardate il Dio che si è fatto uomo, il mistero insondabile dell'amore di Dio per il mondo. Dio ama l'uomo. Dio ama il mondo. Non un uomo ideale ma l'uomo così com'è, non un mondo ideale, ma il mondo reale".
tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
venerdì 25 aprile 2008
L’assoluta inconsistenza dei cristiani o l'inutile individualismo dei cattolici moderni
Analizzare i difetti dei propri fratelli è difficile e doloroso, soprattutto quando si rischia di cadere in un giudizio moralistico o in un esercizio di falsa ed ipocrita modestia.
Ciononostante, non serve esimersi da un’operazione dolorosa – rettamente intesa – se si intraprende un cammino per stabilire un giusto ordine delle relazioni ed una efficace fraternità.
C’è lo smembramento della Comunità ed i resti sono gloriosi cristiani carichi di inestimabili ricchezze etico-morali. Ma con questo, quanti individui, oggi, sono splendidi frammenti che laicamente brillano nello sfavillio del mondo?
E’ questo il carisma dei cristiani: aver tradotto la persona in laico splendore individuale?
Certo, in questo mio dire, c’è del paradossale, un gusto per l’iperbole e l’estremizzazione, necessarie sempre e solamente per una migliore comprensione del reale. Ecco dove sta il giudizio, nel comprendere, non nel condannare.
E’ come essersi ritirati a vita privata, seppure attivi pubblicamente (operosi nella carità, nei campi del sociale e del politico) ognuno lo è individualmente e a suo insindacabile modo. Le relazioni non costituiscono più la fraternità e così la Chiesa – il mistero inaudito del Cristo per l’umanità – non è più Luce delle Genti. E’ divenuta semplice opzione per ciascun battezzato (sic.).
Abbiamo perso il senso inestricabile della Comunità: una caratteristica tutta cristiana; basta rileggersi gli Atti degli Apostoli, un po’ di storia della Chiesa, qualche vita di santi ed in ultimo ripartire meditando profondamente la Costituzione Dogmatica Lumen Gentium del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma soprattutto tornare a vivere coi fratelli e con le proprie sorelle in Cristo (in famiglia, in parrocchia, nelle associazioni, nei movimenti, nelle comunità, ovunque due o tre si riuniscano desiderosi di incontrarsi nel bel nome del Risorto).
Oggi, i cristiani sono “cattolicissimi” individui, al massimo impegnati in modo sublime dentro il mondo; ovunque, dentro e fuori delle città, qui od altrove, dove le povertà gridano giustizia, dove l’uomo invoca amore. Quindi, i cristiani, sono certamente ancora meravigliosi cercatori di giustizia, ma lo Spirito che li ha costituiti Chiesa, dove è? E la loro ricerca della Verità dove si è fermata?
In Spirito e Verità, abbiamo lasciato dietro le nostre spalle – allontanandolo troppo da noi stessi – un dogma, una verità di fede, un mistero escatologico: Noi siamo Chiesa. L’obbligarsi in Spirito ed in Verità alla fraternità, il cercare il proprio personalismo nel costituirsi Comunità nel mistero e nel progetto di essere Chiesa, non è opzionale per un cristiano, è piuttosto ciò che lo fa essere; è la sua essenza. L’essenza di un cristiano è Dio e Dio Padre si è rivelato in Cristo e Cristo è la sua Chiesa, Egli è il capo di un Corpo costruito dalla presenza inesauribile dello suo Spirito in mezzo al mondo.
Essere persona, per un cristiano, è essere Chiesa, è portare in sé questo mistero glorioso, manifestare al mondo il volto di Cristo che è la sua Chiesa. Essere persona, per un cristiano, è una cosa grande, un dono enorme. Ci fa ricordare cosa significhi il timore di Dio, non la paura, ma l’umiltà che riconosce il Primo Amore.
Ecco perché, nonostante i nostri grandi ruoli pubblici e le nostre incontestabili grandezze etico-morali individuali, colà dove si costituiscono, siamo comunque diventati “inconsistenti” ed “inutili”. Certo, non tutti i cristiani sono belli, ma pure i più belli, oggi, in questa sorta di cristiana modernità restano inconsistenti ed inutili: cattolicissimi individui. In pratica, o molto semplicemente, ci siamo dispersi nei recinti delle appartenenze individuali – ed al massimo “politiche” –, ci siamo costretti a difendere le nostre libertà e così facendo abbiamo smarrito il Cristo, che invece immaginavamo di seguire, ma molto di più, abbiamo smarrito il senso profondo di una vocazione universale che ci era data in sorte: chiamati, prima di tutto, ad essere Chiesa in, con ed attraverso di Lui, il Cristo, per essere poi il sale della terra, l’annunciatori della bella e buona notizia per tutta l’umanità, quella di ogni tempo.
Ma Cristo continua incessantemente il suo canto di lode sulla Croce salvandoci ancora, da quel mondo che ci vuole privi di appartenenza, di legami spirituali. Riscoprire di essere cristiani, allora, significa ristabilire un giusto ordine nella fraternità, un primato della relazione, una efficace fraternità; ristabilire, cioè, una significativa libertà non più per essere liberi di o liberi da, ma per essere liberi per accogliere la buona e bella notizia ed essere suoi umilissimi servitori: un bellissimo mistero escatologico riversato nelle nostre esistenze dal dono della Fede. Dio Padre in Cristo ci ha chiamati a partecipare al suo mistero infinito d’amore. Beh, è qualcosa di dirompente se ci pensiamo bene. Fa nascere quel timore puro ed innocente che è l’amore della creatura nei confronti del suo Creatore…
Aver rotto, allentato, i legami fraterni della comunità, essere esplosi per disperdersi come frammenti di luce nel mondo, può aver significato l’inconsistenza e l’inutilità dell’essere cristiani? Perché è esattamente questo che la moderna cristianità occidentale si sta riducendo ad essere. Se il sale perderà il suo sapore chi potrà mai renderglielo se come tralci non restiamo attaccati alla vite? Cristo e la Chiesa sono un mistero unico. Cristo e la sua Chiesa sono il solo progetto che si dipana dentro al cuore di ogni cristiano, pena la morte spirituale, l’inconsistenza e l’inutilità. Dove le ragioni della nostra testimonianza, infatti? In Cristo, con Lui ed attraverso di Lui, cioè nella sua Chiesa, con questo popolo Santo, attraverso il mistero della sua Comunione, del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre e noi, come figli nel Figlio, con il Padre grazie allo Spirito donato-amore.
Contro le idee massimaliste del mondo abbiamo ora creato una nuova eresia diventando libertari e libertini. I cristiani, oggi, si ritrovano (?) su infinite posizioni opposte – basti guardare alla politica – e diverse, elevando il diritto ad avere un’opinione e ad essere diversi come valori assoluti di riferimento, nuovi dogmi in cui credere: un battesimo scristianizzante, un intimismo religioso e individualista. Niente di più anticristiano la modernità fino ad oggi aveva prodotto (?). L’individuo è tornato ad essere idolo di se stesso, anche fra i tanti bellissimi e buonissimi cristiani. La persona è nuovamente scomparsa, dopo che era nata grazie al cristianesimo.
Eppure, il cristiano dovrebbe ricordare sempre che il battesimo lo ha reso libero, certamente, e diverso dal pagano, sicuramente, ma nella fraternità che è il cuore della relazione che lega gli uomini e le donne rinnovati dalla grazia dello Spirito, dono del Padre scaturita dal Cuore stesso del Cristo crocifisso.
Gesù chiamò a sé quelli che volle, ma li costituì per rimanere intorno a sé, perché annunciassero a tutte le genti la bella e buona notizia, perché curassero e guarissero il mondo dalle sue malattie (cfr. Mc 2,11-15), non perché fossero liberi. Infatti, questa libertà del Cristo è una libertà per, non una libertà di o una libertà da. Egli ci ha costituito Chiesa perché imparassimo cosa è la vera relazionalità, quella profonda che fa vivere l’unica, vera fraternità: la Comunione che nasce dal Padre e dal Figlio e che – nella grazia dello Spirito – è stata comunicata a tutta l’umanità, anzi a tutto il creato che geme e soffre fino a quando non giungerà la pienezza della vita nuova già sbocciata con la resurrezione del Cristo.
I cristiani, allora, sono fratelli in quanto cercano costantemente, alacremente, indissolubilmente i fondamenti della loro comunione in Cristo, ovvero nella sua Chiesa, per testimoniarla al Mondo, per gridare l’annuncio salvifico dalla seduzione della solitudine e del solipsismo, dell’accidia, del vuoto cosmico, delle passioni dirompenti ma mai liberanti…
Non si ha conversione se il cuore non si muove tutto interiormente come dicono i profeti. Non si è cristiani in virtù di un avvenimento storico avvenuto un tempo – il battesimo – se non avviene un costante riconoscimento della fraternità e della comunione in Spirito ed in Verità. I mistici ci insegnano a lasciarsi pervadere dallo Spirito che ci è stato donato e mai tolto, perché lo Spirito si radichi in noi: l’uomo – già salvato dal Cristo – ha, al cospetto di Dio, di fronte a sé tutto una vita per convertirsi in pienezza. L’amore del Padre è veramente grande. Il mistero di Cristo è grande, il mistero della Chiesa e dei suoi Sacramenti è grande, non è riducibile a novella o a religione civile, a semplice mito, archetipo antropologico, religiosità naturale.
Quale autentica vocazione potrà mai sussistere senza la cura di quella Voce profonda che solo lo Spirito dona all’uomo, che opera sapientemente in noi per la Grazia del battesimo, che ci costituisce fratelli in Cristo come Popolo Santo?
Invano faticano i costruttori – ci ricorda il salmista – se Dio non abita la sua casa. Troppo, troppo ci siamo attardati a faticare, estromettendo così Dio dalla nostra anima. Molto, molto di più vale il Silenzio – icona del deserto e del monte, luoghi per eccellenza del ritirarsi di Cristo e dei suoi discepoli – dove Dio Padre, per mezzo del Figlio e nella grazia dello Spirito concessa al mondo, opera misticamente in noi, in solitudine, abbracciando ogni uomo, ogni donna che gli si dona dal cuore della propria ragione.
Dobbiamo tornare ad essere contemplativi nell’azione, ad agire contemplando. Il cristiano ha sempre il Cristo di fronte a sé, proprio come Gesù – aveva di fronte a sé – il Padre - radicato nel proprio Cuore - dirigendosi decisamente verso Gerusalemme. La sua Chiesa è anche la Sua sposa e per noi è la Madre.
Ecco il frutto di un eccessivo essersi rinchiusi in sé disperdendosi nel sociale come cattolici: aver accettato una laicità priva di vita spirituale, non essersi mai ritirati lungamente in preghiera la mattina prima dell’alba, o nel deserto o sul monte col Cristo che chiama e conduce. Da una parte la frantumazione e la dispersione, da un’altra l’inconsistenza e l’inutilità di chiamarsi cristiani, da un’altra ancora la crisi della fede e le stanchezze morali, da un’altra ancora l’incapacità di mantenere gli impegni se non in forza delle emozioni e dei sentimenti. Insomma, tante responsabilità sempre fragili ed edonistiche. Laicisti, più che cristiani: vita dei sacramenti abbandonata ai sentimenti, vita ecclesiale lasciata ad alcune sporadiche partecipazioni liturgiche. Fede e Ragione senza un maturità umana e spirituale cosa sono? E le guide spirituali – preziosissime – dove sono? Non è, forse, vero che ciascuno di noi è oramai diventato maestro e guida a se stesso? Dove, infine, è in tutta questa moderna cristianità la vita dello Spirito?
Ecco perché siamo cristiani, cattolici, inconsistenti ed inutili, appunto, innocui in un mondo che chiede una Via di Speranza, di Verità, di Vita. Smarrita la Via, su quale viottolo cammina l’innocente cristiano disperso senza più essere Chiesa? E come può essere fedele, appunto cristiano?
Aver lasciato sola la libertà, aver spogliato la persona ed averla fatta regredire ad individuo, è averla ridotta alla solitudine di fronte al vuoto e al buio del proprio cuore.
Paradossalmente il cristiano ha una doppia anima: libero, sì, ma libero con e libero per. Il cristiano non vive per un sogno, non per un mito, non si identifica con personaggi storici, neppure con il Cristo, non è alla ricerca di un mondo inesistente, ma decostruito se stesso si pone alla costante sequela e ricerca di Gesù, il Cristo, cioè la Via, la Verità e la Vita, ed impara da Lui come vivere la propria libertà in quell’Amore che è speso costantemente da Gesù per riunirci tutti assieme intorno all’unico Padre nel dono inesauribile di sé la mondo per mezzo della Chiesa.
Solo alla sua scuola impariamo una libertà che si fa ricerca delle verità nella Verità, dell’etica della cura e della giustizia; questo è un segno forte per il nostro impegno, ma esso nasce solo dal Cuore del Cristo. Ecco, allora, l’autentica ed unica libertà di essere se stessi: porsi Cristo di fronte, porsi inchiodati alla sua Croce di salvezza, amare la sua Chiesa, suo mistico e peregrinante Corpo su questa terra, mai idealizzata e dunque fallace.
La voce profetica dello Spirito – che soffia dove Egli vuole – suscita ancora, nel piccolo volgo animato dal Cristo, la volontà di essere Chiesa in pienezza. Lo Spirito è l’acqua ed il sangue che sgorga inesauribile dal Cuore trafitto del Cristo segno d’amore eterno di Dio per la Chiesa, per coloro che Lui volle riuniti intorno a sé per portarLo all’umanità intera fino agli estremi confini del mondo (finale del Vangelo secondo Matteo).
Nella liturgia troviamo la fonte ed il culmine di ogni nostro sforzo e di ogni nostro riposo: nell’ascolto fraterno della Parola e nello spezzare assieme il Pane ci immergiamo realmente nel Cuore di Cristo ed impariamo ad essere veri ed autentici fratelli. E’ nella vita di comunità che nasce l’uomo rinnovato dall’acqua e dallo Spirito, che veniamo costituiti corpo di Cristo, popolo santo. Non dobbiamo mai scordarci che catechesi, liturgia e carità sono il volto intero di Cristo: annunciare il Vangelo, celebrare Cristo e testimoniare la carità sono l’unico volto intero di una Chiesa sposa di Cristo e madre dell’umanità in costante ricerca della Verità nelle verità di questo mondo.
Ogni cristiano è chiamato a costituirsi nella Verità dello Spirito e nella libertà responsabile per essere il volto della Chiesa, testimone di questa comunione, di questa fraternità nel mondo che ama il mondo pur non appartenendogli. Ogni cristiano, solo così, può mantenersi fedele alla triplice vocazione di annunciare il Vangelo a tutti ed in ogni tempo, celebrare il Cristo nella comunità riunita intorno al suo Corpo eucaristico, testimoniare la Carità verso tutti nell’impegno nel mondo per il bene comune.
Il cristiano non testimonia solamente il proprio amore per Cristo, ma porta l’amore della Chiesa, sposa mistica del Cristo, al mondo. Siamo veri testimoni di Cristo se ci immergiamo in Lui per far vivere il mistero della Chiesa su questa terra immagine imperfetta della Comunione di tutti i santi e della gloriosa Gerusalemme celeste che Cristo consegnerà al Padre nell’Eternità della Salvezza dono gratuito.
Ciononostante, non serve esimersi da un’operazione dolorosa – rettamente intesa – se si intraprende un cammino per stabilire un giusto ordine delle relazioni ed una efficace fraternità.
C’è lo smembramento della Comunità ed i resti sono gloriosi cristiani carichi di inestimabili ricchezze etico-morali. Ma con questo, quanti individui, oggi, sono splendidi frammenti che laicamente brillano nello sfavillio del mondo?
E’ questo il carisma dei cristiani: aver tradotto la persona in laico splendore individuale?
Certo, in questo mio dire, c’è del paradossale, un gusto per l’iperbole e l’estremizzazione, necessarie sempre e solamente per una migliore comprensione del reale. Ecco dove sta il giudizio, nel comprendere, non nel condannare.
E’ come essersi ritirati a vita privata, seppure attivi pubblicamente (operosi nella carità, nei campi del sociale e del politico) ognuno lo è individualmente e a suo insindacabile modo. Le relazioni non costituiscono più la fraternità e così la Chiesa – il mistero inaudito del Cristo per l’umanità – non è più Luce delle Genti. E’ divenuta semplice opzione per ciascun battezzato (sic.).
Abbiamo perso il senso inestricabile della Comunità: una caratteristica tutta cristiana; basta rileggersi gli Atti degli Apostoli, un po’ di storia della Chiesa, qualche vita di santi ed in ultimo ripartire meditando profondamente la Costituzione Dogmatica Lumen Gentium del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma soprattutto tornare a vivere coi fratelli e con le proprie sorelle in Cristo (in famiglia, in parrocchia, nelle associazioni, nei movimenti, nelle comunità, ovunque due o tre si riuniscano desiderosi di incontrarsi nel bel nome del Risorto).
Oggi, i cristiani sono “cattolicissimi” individui, al massimo impegnati in modo sublime dentro il mondo; ovunque, dentro e fuori delle città, qui od altrove, dove le povertà gridano giustizia, dove l’uomo invoca amore. Quindi, i cristiani, sono certamente ancora meravigliosi cercatori di giustizia, ma lo Spirito che li ha costituiti Chiesa, dove è? E la loro ricerca della Verità dove si è fermata?
In Spirito e Verità, abbiamo lasciato dietro le nostre spalle – allontanandolo troppo da noi stessi – un dogma, una verità di fede, un mistero escatologico: Noi siamo Chiesa. L’obbligarsi in Spirito ed in Verità alla fraternità, il cercare il proprio personalismo nel costituirsi Comunità nel mistero e nel progetto di essere Chiesa, non è opzionale per un cristiano, è piuttosto ciò che lo fa essere; è la sua essenza. L’essenza di un cristiano è Dio e Dio Padre si è rivelato in Cristo e Cristo è la sua Chiesa, Egli è il capo di un Corpo costruito dalla presenza inesauribile dello suo Spirito in mezzo al mondo.
Essere persona, per un cristiano, è essere Chiesa, è portare in sé questo mistero glorioso, manifestare al mondo il volto di Cristo che è la sua Chiesa. Essere persona, per un cristiano, è una cosa grande, un dono enorme. Ci fa ricordare cosa significhi il timore di Dio, non la paura, ma l’umiltà che riconosce il Primo Amore.
Ecco perché, nonostante i nostri grandi ruoli pubblici e le nostre incontestabili grandezze etico-morali individuali, colà dove si costituiscono, siamo comunque diventati “inconsistenti” ed “inutili”. Certo, non tutti i cristiani sono belli, ma pure i più belli, oggi, in questa sorta di cristiana modernità restano inconsistenti ed inutili: cattolicissimi individui. In pratica, o molto semplicemente, ci siamo dispersi nei recinti delle appartenenze individuali – ed al massimo “politiche” –, ci siamo costretti a difendere le nostre libertà e così facendo abbiamo smarrito il Cristo, che invece immaginavamo di seguire, ma molto di più, abbiamo smarrito il senso profondo di una vocazione universale che ci era data in sorte: chiamati, prima di tutto, ad essere Chiesa in, con ed attraverso di Lui, il Cristo, per essere poi il sale della terra, l’annunciatori della bella e buona notizia per tutta l’umanità, quella di ogni tempo.
Ma Cristo continua incessantemente il suo canto di lode sulla Croce salvandoci ancora, da quel mondo che ci vuole privi di appartenenza, di legami spirituali. Riscoprire di essere cristiani, allora, significa ristabilire un giusto ordine nella fraternità, un primato della relazione, una efficace fraternità; ristabilire, cioè, una significativa libertà non più per essere liberi di o liberi da, ma per essere liberi per accogliere la buona e bella notizia ed essere suoi umilissimi servitori: un bellissimo mistero escatologico riversato nelle nostre esistenze dal dono della Fede. Dio Padre in Cristo ci ha chiamati a partecipare al suo mistero infinito d’amore. Beh, è qualcosa di dirompente se ci pensiamo bene. Fa nascere quel timore puro ed innocente che è l’amore della creatura nei confronti del suo Creatore…
Aver rotto, allentato, i legami fraterni della comunità, essere esplosi per disperdersi come frammenti di luce nel mondo, può aver significato l’inconsistenza e l’inutilità dell’essere cristiani? Perché è esattamente questo che la moderna cristianità occidentale si sta riducendo ad essere. Se il sale perderà il suo sapore chi potrà mai renderglielo se come tralci non restiamo attaccati alla vite? Cristo e la Chiesa sono un mistero unico. Cristo e la sua Chiesa sono il solo progetto che si dipana dentro al cuore di ogni cristiano, pena la morte spirituale, l’inconsistenza e l’inutilità. Dove le ragioni della nostra testimonianza, infatti? In Cristo, con Lui ed attraverso di Lui, cioè nella sua Chiesa, con questo popolo Santo, attraverso il mistero della sua Comunione, del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre e noi, come figli nel Figlio, con il Padre grazie allo Spirito donato-amore.
Contro le idee massimaliste del mondo abbiamo ora creato una nuova eresia diventando libertari e libertini. I cristiani, oggi, si ritrovano (?) su infinite posizioni opposte – basti guardare alla politica – e diverse, elevando il diritto ad avere un’opinione e ad essere diversi come valori assoluti di riferimento, nuovi dogmi in cui credere: un battesimo scristianizzante, un intimismo religioso e individualista. Niente di più anticristiano la modernità fino ad oggi aveva prodotto (?). L’individuo è tornato ad essere idolo di se stesso, anche fra i tanti bellissimi e buonissimi cristiani. La persona è nuovamente scomparsa, dopo che era nata grazie al cristianesimo.
Eppure, il cristiano dovrebbe ricordare sempre che il battesimo lo ha reso libero, certamente, e diverso dal pagano, sicuramente, ma nella fraternità che è il cuore della relazione che lega gli uomini e le donne rinnovati dalla grazia dello Spirito, dono del Padre scaturita dal Cuore stesso del Cristo crocifisso.
Gesù chiamò a sé quelli che volle, ma li costituì per rimanere intorno a sé, perché annunciassero a tutte le genti la bella e buona notizia, perché curassero e guarissero il mondo dalle sue malattie (cfr. Mc 2,11-15), non perché fossero liberi. Infatti, questa libertà del Cristo è una libertà per, non una libertà di o una libertà da. Egli ci ha costituito Chiesa perché imparassimo cosa è la vera relazionalità, quella profonda che fa vivere l’unica, vera fraternità: la Comunione che nasce dal Padre e dal Figlio e che – nella grazia dello Spirito – è stata comunicata a tutta l’umanità, anzi a tutto il creato che geme e soffre fino a quando non giungerà la pienezza della vita nuova già sbocciata con la resurrezione del Cristo.
I cristiani, allora, sono fratelli in quanto cercano costantemente, alacremente, indissolubilmente i fondamenti della loro comunione in Cristo, ovvero nella sua Chiesa, per testimoniarla al Mondo, per gridare l’annuncio salvifico dalla seduzione della solitudine e del solipsismo, dell’accidia, del vuoto cosmico, delle passioni dirompenti ma mai liberanti…
Non si ha conversione se il cuore non si muove tutto interiormente come dicono i profeti. Non si è cristiani in virtù di un avvenimento storico avvenuto un tempo – il battesimo – se non avviene un costante riconoscimento della fraternità e della comunione in Spirito ed in Verità. I mistici ci insegnano a lasciarsi pervadere dallo Spirito che ci è stato donato e mai tolto, perché lo Spirito si radichi in noi: l’uomo – già salvato dal Cristo – ha, al cospetto di Dio, di fronte a sé tutto una vita per convertirsi in pienezza. L’amore del Padre è veramente grande. Il mistero di Cristo è grande, il mistero della Chiesa e dei suoi Sacramenti è grande, non è riducibile a novella o a religione civile, a semplice mito, archetipo antropologico, religiosità naturale.
Quale autentica vocazione potrà mai sussistere senza la cura di quella Voce profonda che solo lo Spirito dona all’uomo, che opera sapientemente in noi per la Grazia del battesimo, che ci costituisce fratelli in Cristo come Popolo Santo?
Invano faticano i costruttori – ci ricorda il salmista – se Dio non abita la sua casa. Troppo, troppo ci siamo attardati a faticare, estromettendo così Dio dalla nostra anima. Molto, molto di più vale il Silenzio – icona del deserto e del monte, luoghi per eccellenza del ritirarsi di Cristo e dei suoi discepoli – dove Dio Padre, per mezzo del Figlio e nella grazia dello Spirito concessa al mondo, opera misticamente in noi, in solitudine, abbracciando ogni uomo, ogni donna che gli si dona dal cuore della propria ragione.
Dobbiamo tornare ad essere contemplativi nell’azione, ad agire contemplando. Il cristiano ha sempre il Cristo di fronte a sé, proprio come Gesù – aveva di fronte a sé – il Padre - radicato nel proprio Cuore - dirigendosi decisamente verso Gerusalemme. La sua Chiesa è anche la Sua sposa e per noi è la Madre.
Ecco il frutto di un eccessivo essersi rinchiusi in sé disperdendosi nel sociale come cattolici: aver accettato una laicità priva di vita spirituale, non essersi mai ritirati lungamente in preghiera la mattina prima dell’alba, o nel deserto o sul monte col Cristo che chiama e conduce. Da una parte la frantumazione e la dispersione, da un’altra l’inconsistenza e l’inutilità di chiamarsi cristiani, da un’altra ancora la crisi della fede e le stanchezze morali, da un’altra ancora l’incapacità di mantenere gli impegni se non in forza delle emozioni e dei sentimenti. Insomma, tante responsabilità sempre fragili ed edonistiche. Laicisti, più che cristiani: vita dei sacramenti abbandonata ai sentimenti, vita ecclesiale lasciata ad alcune sporadiche partecipazioni liturgiche. Fede e Ragione senza un maturità umana e spirituale cosa sono? E le guide spirituali – preziosissime – dove sono? Non è, forse, vero che ciascuno di noi è oramai diventato maestro e guida a se stesso? Dove, infine, è in tutta questa moderna cristianità la vita dello Spirito?
Ecco perché siamo cristiani, cattolici, inconsistenti ed inutili, appunto, innocui in un mondo che chiede una Via di Speranza, di Verità, di Vita. Smarrita la Via, su quale viottolo cammina l’innocente cristiano disperso senza più essere Chiesa? E come può essere fedele, appunto cristiano?
Aver lasciato sola la libertà, aver spogliato la persona ed averla fatta regredire ad individuo, è averla ridotta alla solitudine di fronte al vuoto e al buio del proprio cuore.
Paradossalmente il cristiano ha una doppia anima: libero, sì, ma libero con e libero per. Il cristiano non vive per un sogno, non per un mito, non si identifica con personaggi storici, neppure con il Cristo, non è alla ricerca di un mondo inesistente, ma decostruito se stesso si pone alla costante sequela e ricerca di Gesù, il Cristo, cioè la Via, la Verità e la Vita, ed impara da Lui come vivere la propria libertà in quell’Amore che è speso costantemente da Gesù per riunirci tutti assieme intorno all’unico Padre nel dono inesauribile di sé la mondo per mezzo della Chiesa.
Solo alla sua scuola impariamo una libertà che si fa ricerca delle verità nella Verità, dell’etica della cura e della giustizia; questo è un segno forte per il nostro impegno, ma esso nasce solo dal Cuore del Cristo. Ecco, allora, l’autentica ed unica libertà di essere se stessi: porsi Cristo di fronte, porsi inchiodati alla sua Croce di salvezza, amare la sua Chiesa, suo mistico e peregrinante Corpo su questa terra, mai idealizzata e dunque fallace.
La voce profetica dello Spirito – che soffia dove Egli vuole – suscita ancora, nel piccolo volgo animato dal Cristo, la volontà di essere Chiesa in pienezza. Lo Spirito è l’acqua ed il sangue che sgorga inesauribile dal Cuore trafitto del Cristo segno d’amore eterno di Dio per la Chiesa, per coloro che Lui volle riuniti intorno a sé per portarLo all’umanità intera fino agli estremi confini del mondo (finale del Vangelo secondo Matteo).
Nella liturgia troviamo la fonte ed il culmine di ogni nostro sforzo e di ogni nostro riposo: nell’ascolto fraterno della Parola e nello spezzare assieme il Pane ci immergiamo realmente nel Cuore di Cristo ed impariamo ad essere veri ed autentici fratelli. E’ nella vita di comunità che nasce l’uomo rinnovato dall’acqua e dallo Spirito, che veniamo costituiti corpo di Cristo, popolo santo. Non dobbiamo mai scordarci che catechesi, liturgia e carità sono il volto intero di Cristo: annunciare il Vangelo, celebrare Cristo e testimoniare la carità sono l’unico volto intero di una Chiesa sposa di Cristo e madre dell’umanità in costante ricerca della Verità nelle verità di questo mondo.
Ogni cristiano è chiamato a costituirsi nella Verità dello Spirito e nella libertà responsabile per essere il volto della Chiesa, testimone di questa comunione, di questa fraternità nel mondo che ama il mondo pur non appartenendogli. Ogni cristiano, solo così, può mantenersi fedele alla triplice vocazione di annunciare il Vangelo a tutti ed in ogni tempo, celebrare il Cristo nella comunità riunita intorno al suo Corpo eucaristico, testimoniare la Carità verso tutti nell’impegno nel mondo per il bene comune.
Il cristiano non testimonia solamente il proprio amore per Cristo, ma porta l’amore della Chiesa, sposa mistica del Cristo, al mondo. Siamo veri testimoni di Cristo se ci immergiamo in Lui per far vivere il mistero della Chiesa su questa terra immagine imperfetta della Comunione di tutti i santi e della gloriosa Gerusalemme celeste che Cristo consegnerà al Padre nell’Eternità della Salvezza dono gratuito.
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