Emily Dicknson: J968 (1864) / F834 (1864)
Fitter to see Him, I may be
For the long Hindrance - Grace - to Me -
With Summers, and with Winters, grow,
Some passing Year - A trait bestow
To make Me fairest of the Earth -
The Waiting - then - will seem so worth
I shall impute with half a pain
The blame that I was chosen - then -
Time's to anticipate His Gaze -
It's first - Delight - and then - Surprise -
The turning o'er and o'er my face
For Evidence it be the Grace -
He left behind One Day - So less
He seek Conviction, That - be This -
I only must not grow so new
That He'll mistake - and ask for me
Of me - when first unto the Door
I go - to Elsewhere go no more -
I only must not change so fair
He'll sigh - "The Other - She - is Where"?
The Love, tho', will instruct me right
I shall be perfect - in His sight -
If He perceive the other Truth -
Upon an Excellenter Youth -
How sweet I shall not lack in Vain -
But gain - thro' loss - Through Grief - obtain -
The Beauty that reward Him best -
The Beauty of Demand - at Rest -
domenica 12 ottobre 2008
sabato 11 ottobre 2008
Non dimentico la tua parola
Dal libro del profeta Michea: Mic 6,8
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
lunedì 29 settembre 2008
Alla ricerca del vero volto di questa esistenza
Dal libro di Giobbe: 1,1.6-22
C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. [...]
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: "Da dove vieni?". Satana rispose al Signore: "Da un giro sulla terra, che ho percorsa". Il Signore disse a satana: "Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male". Satana rispose al Signore e disse: "Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!". Il Signore disse a satana: "Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui". Satana si allontanò dal Signore.
Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: "I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
"Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!".
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.
C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. [...]
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: "Da dove vieni?". Satana rispose al Signore: "Da un giro sulla terra, che ho percorsa". Il Signore disse a satana: "Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male". Satana rispose al Signore e disse: "Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!". Il Signore disse a satana: "Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui". Satana si allontanò dal Signore.
Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: "I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: "I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo".
Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
"Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!".
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.
giovedì 25 settembre 2008
Conduce in questa vita un frammento di luce...
Dalla prima lettera di San Pietro Apostolo: 1 Pt 1,6-9
"Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po' di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo; voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime".
"Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po' di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo; voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime".
mercoledì 9 luglio 2008
Viaggiare, visionare, visitare, modi di frequentare un Congresso Internazionale
Ci sono occasioni di confronto e di modestia professionale che non dobbiamo lasciarci sfuggire. Il fuori congresso, seppur non paragonabile per ricchezza al fuori salone milanese, è stato una piccola gemma all’interno del Congresso internazionale organizzato quest’anno a Torino. Vorrei suggerire solo alcuni percorsi, non tanto illustrarli.
Una prima evidenza è stata che Torino si è educata all’architettura; nel mentre al Lingotto si svolgeva il XXIII Congresso Mondiale di Architettura, ovunque in città, una piccola mostra, un evento ha fatto esperire ai cittadini l’architettura come parte della città, che l’architettura è un “valore” che le città formano, costruiscono per il bene comune e per le generazioni future. Si può dire amenamente che senza cultura l’uomo resta schiavo della clava, seppur grotte, palafitte e capanne conservano tutta la cultura che l’uomo ha sempre espresso in ogni epoca, affrancandosi sempre di più dalla naturalità selvaggia. Potremo dire che l’architettura segue anche i passi della democrazia, oltre che dei totalitarismi.
Mi sarei aspettato grandi mostre organizzate dai vari paesi invitati al Congresso internazionale, eppure se deluso da Cina, Giappone e Russia ho allo stesso tempo trovato fervide e ricche di spessore le piccole mostre organizzate dalla Repubblica Slovacca e dalla Turchia, ad esempio. Si può imparare ad essere architetti, oggi, non essendo nessuno oppure essendo un architetto da taccuino, un viaggiatore sprovveduto ed imprudente? Viaggiare, visionare, visitare sono termini e modi per frequentare un congresso come per interpretare la professione di architetto.
Nel mondo dell’architettura moderna ci sono linguaggi, meglio sarebbe dire mode, che sicuramente attraversano i tempi e gli spazi – non è difficile leggere nel numero maggiore dei casi mostrati nel fuori congresso torinese i soliti stilemi sia ad Istanbul che a Pechino – ma allo stesso ci sono “scuole” di pensiero dove eticamente si conservano modalità di approccio alla professione che implicano la tradizione e la modestia del professionista. Ebbene, ho imparato nel vedere il padiglione della Slovacchia che si può essere premiati per un concorso non abiurando il contatto col proprio territorio, ed ho imparato visionando le opere in mostra al padiglione turco che si può essere moderni senza essere etnicamente irriconoscibili. Una bandiera, a volte, non è segno di rigidezza, ma di nazionalità, di storia, di valori da scambiare nel mondo per il bene comune. Certamente, ho visto in questi paesi un attaccamento alle proprie radici che nel moderno mondo italiano sembrano scomparse.
Non si deve essere obbligatoriamente internazionali, come neppure vernacolari, ma l’architettura di questo tempo può permettersi di comunicare conoscenza sia dal passato che dalla modernità. Il recupero di un’architettura di qualità – dentro le nostre città sempre più drasticamente invivibili – sta avvenendo anche grazie al recupero di tecniche ed esperienze pre moderniste, oltre che ideologicamente ecologiste, e senza abiurare le conoscenze tecnologiche dell’inizio di questo secolo energivoro. Ci salverà la bellezza e la tecnologia?
Ho scoperto, passeggiando per Torino, che può esserci un uso saggio dei moderni mezzi di simulazione virtuale, potenti ed a volte violenti, quando si vuole far sperimentare al “moderno” studente di architettura, come al comune cittadino, che cinquantanni fa un certo Le Corbusier diede vita con alcuni suoi amici, all’interno di un padiglione, ad un concerto elettronico in cui lo spettatore era stimolato acusticamente e visivamente. Tema del concerto? L’umanità, l’evoluzione dell’umanità. Si può essere “moderni” anche essendo antichi, recuperando costantemente valori che sono prima di ogni nascita umana. Anche questo è parte di una visione etica dell’architettura, prima che estetica.
Ci si può imbattere anche nel padiglione della municipalità madrilena dove esaustivamente è stato mostrato il grande intervento pubblico per le abitazioni sociali. Inizialmente un grosso pannello indicava i quartieri, le nuove zone di espansione pianificate secondo una nuova regolamentazione, successivamente tre grandi pannelli mostravano la pianificazione urbana dei quartieri in via di costruzione, passando oltre un video illustrava la grande opera intrapresa per affrontare un problema strutturale in una società in continuo sviluppo, mentre una trentina di pannelli mettevano in mostra con dettagli costruttivi, plastici e video, ogni singolo progetto disegnato da studi professionali invitati a misurarsi – come tessera di un mosaico – dentro un unico puzzle. Infine, due appartamenti tipo di due edifici tipo sono stati stampati a terra perché l’architetto avventore – esattamente come me – potesse procedere a sperimentare sulla propria pelle ciò che in Spagna non solo si sta tentando di fare, ma si sta facendo, avendo bene in mente che l’unica urbanistica possibile è quella costruita.
Giovani architetti tedeschi, al riparo del politecnico di Torino e dentro al Lingotto, hanno fatto poi bella mostra non tanto di virtuosismi, ma di eleganza e di buona architettura moderna.
Che dire, infine? Sicuramente a noi italiani manca un quadro normativo di riferimento tale da interpretare le necessità della società moderna e di far fronte alle necessità sociali con un’architettura che parla la stessa lingua dall’urbanistica all’edilizia.
Filippo Boretti
Architetto da Prato
* per chi fosse curioso:
http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/collections/72157606048640322/
Una prima evidenza è stata che Torino si è educata all’architettura; nel mentre al Lingotto si svolgeva il XXIII Congresso Mondiale di Architettura, ovunque in città, una piccola mostra, un evento ha fatto esperire ai cittadini l’architettura come parte della città, che l’architettura è un “valore” che le città formano, costruiscono per il bene comune e per le generazioni future. Si può dire amenamente che senza cultura l’uomo resta schiavo della clava, seppur grotte, palafitte e capanne conservano tutta la cultura che l’uomo ha sempre espresso in ogni epoca, affrancandosi sempre di più dalla naturalità selvaggia. Potremo dire che l’architettura segue anche i passi della democrazia, oltre che dei totalitarismi.
Mi sarei aspettato grandi mostre organizzate dai vari paesi invitati al Congresso internazionale, eppure se deluso da Cina, Giappone e Russia ho allo stesso tempo trovato fervide e ricche di spessore le piccole mostre organizzate dalla Repubblica Slovacca e dalla Turchia, ad esempio. Si può imparare ad essere architetti, oggi, non essendo nessuno oppure essendo un architetto da taccuino, un viaggiatore sprovveduto ed imprudente? Viaggiare, visionare, visitare sono termini e modi per frequentare un congresso come per interpretare la professione di architetto.
Nel mondo dell’architettura moderna ci sono linguaggi, meglio sarebbe dire mode, che sicuramente attraversano i tempi e gli spazi – non è difficile leggere nel numero maggiore dei casi mostrati nel fuori congresso torinese i soliti stilemi sia ad Istanbul che a Pechino – ma allo stesso ci sono “scuole” di pensiero dove eticamente si conservano modalità di approccio alla professione che implicano la tradizione e la modestia del professionista. Ebbene, ho imparato nel vedere il padiglione della Slovacchia che si può essere premiati per un concorso non abiurando il contatto col proprio territorio, ed ho imparato visionando le opere in mostra al padiglione turco che si può essere moderni senza essere etnicamente irriconoscibili. Una bandiera, a volte, non è segno di rigidezza, ma di nazionalità, di storia, di valori da scambiare nel mondo per il bene comune. Certamente, ho visto in questi paesi un attaccamento alle proprie radici che nel moderno mondo italiano sembrano scomparse.
Non si deve essere obbligatoriamente internazionali, come neppure vernacolari, ma l’architettura di questo tempo può permettersi di comunicare conoscenza sia dal passato che dalla modernità. Il recupero di un’architettura di qualità – dentro le nostre città sempre più drasticamente invivibili – sta avvenendo anche grazie al recupero di tecniche ed esperienze pre moderniste, oltre che ideologicamente ecologiste, e senza abiurare le conoscenze tecnologiche dell’inizio di questo secolo energivoro. Ci salverà la bellezza e la tecnologia?
Ho scoperto, passeggiando per Torino, che può esserci un uso saggio dei moderni mezzi di simulazione virtuale, potenti ed a volte violenti, quando si vuole far sperimentare al “moderno” studente di architettura, come al comune cittadino, che cinquantanni fa un certo Le Corbusier diede vita con alcuni suoi amici, all’interno di un padiglione, ad un concerto elettronico in cui lo spettatore era stimolato acusticamente e visivamente. Tema del concerto? L’umanità, l’evoluzione dell’umanità. Si può essere “moderni” anche essendo antichi, recuperando costantemente valori che sono prima di ogni nascita umana. Anche questo è parte di una visione etica dell’architettura, prima che estetica.
Ci si può imbattere anche nel padiglione della municipalità madrilena dove esaustivamente è stato mostrato il grande intervento pubblico per le abitazioni sociali. Inizialmente un grosso pannello indicava i quartieri, le nuove zone di espansione pianificate secondo una nuova regolamentazione, successivamente tre grandi pannelli mostravano la pianificazione urbana dei quartieri in via di costruzione, passando oltre un video illustrava la grande opera intrapresa per affrontare un problema strutturale in una società in continuo sviluppo, mentre una trentina di pannelli mettevano in mostra con dettagli costruttivi, plastici e video, ogni singolo progetto disegnato da studi professionali invitati a misurarsi – come tessera di un mosaico – dentro un unico puzzle. Infine, due appartamenti tipo di due edifici tipo sono stati stampati a terra perché l’architetto avventore – esattamente come me – potesse procedere a sperimentare sulla propria pelle ciò che in Spagna non solo si sta tentando di fare, ma si sta facendo, avendo bene in mente che l’unica urbanistica possibile è quella costruita.
Giovani architetti tedeschi, al riparo del politecnico di Torino e dentro al Lingotto, hanno fatto poi bella mostra non tanto di virtuosismi, ma di eleganza e di buona architettura moderna.
Che dire, infine? Sicuramente a noi italiani manca un quadro normativo di riferimento tale da interpretare le necessità della società moderna e di far fronte alle necessità sociali con un’architettura che parla la stessa lingua dall’urbanistica all’edilizia.
Filippo Boretti
Architetto da Prato
* per chi fosse curioso:
http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/collections/72157606048640322/
domenica 8 giugno 2008
Tieniti al mondo; l'ora importante...
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,512s.
"Moderni o antimoderni, questa domanda è più che mai attuale e sta dietro a tutti gli interessi, non soltanto nell'ambito della moda o della salute, ma in tutti gli altri ambiti, nella scienza, nella letteratura, nella religione. Servite il tempo (Rm 12,11), in questo motto si dividono gli spiriti: gli uni acclamano semplicemente ciò che è moderno, gli altri, consapevolmente antimoderni, guardano addietro al buon tempo antico. Alla domanda: vuoi tu essere un uomo moderno?, i primi rispondono dunque decisamente 'sì' e i secondi altrettanto decisamente 'no'. Come si pone davanti a questo colui che si dice cristiano? come si pone davanti al cambiamento dei tempi, deve pensare in modo progressistico o conservatore, dev'essere moderno o antimoderno? Il problema fondamentale di ogni cristiano è evidentemente quello dell'eternità. Come ottengo in mezzo al tempo l'eternità? Qui c'è soltanto una via: fuoriuscire dal tempo, divenire indifferenti di fronte a tutto ciò che qui accade, vivere soltanto dell'eternità. Ma l'espressione 'servite il tempo' ci dice il contrario: volete trovare l'eternità, allora servite il tempo. Che immensa contraddizione deve sembrarci questa espressione: vuoi ciò che non passa, tieniti a ciò che passa, vuoi l'eterno, tieniti al temporale, vuoi Dio, tieniti al mondo".
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,514.
"Il presente è l'ora della piena responsabilità di Dio verso di noi, ogni presente; oggi e domani, il presente nella sua intera realtà e pluriformità; nella storia universale vi è sempre e soltanto un'ora importante, quella del presente. Chi fugge dal presente, fugge il tempo di Dio, chi fugge dal tempo, fugge Dio. Servite il tempo! Il signore del tempo è Dio, la svolta dei tempi è Cristo, il giusto spirito del tempo è lo Spirito Santo. Così, in ogni istante si nascondono tre cose: che io riconosco Dio come il signore della mia vita, che mi piego davanti al Cristo come al punto di svolta della mia vita deal giudizio alla grazia, che tento di creare spazio e forza in mezzo allo spirito del mondo per lo Spirito Santo [...]. Servire il tempo non significa divenirne schiavi, non significa approvare ciò che è attuale, soltanto perché lo è. Al servizio appartiene la forza della propria volontà e delle proprie idee, e non la debolezza del rincorrere e dell'acclamare; non significa: servire la moda, ma servite il tempo. La moda è ciò che gli uomini fanno comunque, sia che sia buono o disprezzabile. Il tempo è ciò che fa Dio e non ciò che servono gli uomini; servire Dio significa servire il tempo".
brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
DBW 10,512s.
"Moderni o antimoderni, questa domanda è più che mai attuale e sta dietro a tutti gli interessi, non soltanto nell'ambito della moda o della salute, ma in tutti gli altri ambiti, nella scienza, nella letteratura, nella religione. Servite il tempo (Rm 12,11), in questo motto si dividono gli spiriti: gli uni acclamano semplicemente ciò che è moderno, gli altri, consapevolmente antimoderni, guardano addietro al buon tempo antico. Alla domanda: vuoi tu essere un uomo moderno?, i primi rispondono dunque decisamente 'sì' e i secondi altrettanto decisamente 'no'. Come si pone davanti a questo colui che si dice cristiano? come si pone davanti al cambiamento dei tempi, deve pensare in modo progressistico o conservatore, dev'essere moderno o antimoderno? Il problema fondamentale di ogni cristiano è evidentemente quello dell'eternità. Come ottengo in mezzo al tempo l'eternità? Qui c'è soltanto una via: fuoriuscire dal tempo, divenire indifferenti di fronte a tutto ciò che qui accade, vivere soltanto dell'eternità. Ma l'espressione 'servite il tempo' ci dice il contrario: volete trovare l'eternità, allora servite il tempo. Che immensa contraddizione deve sembrarci questa espressione: vuoi ciò che non passa, tieniti a ciò che passa, vuoi l'eterno, tieniti al temporale, vuoi Dio, tieniti al mondo".
Dietrich Bonhoeffer
DBW 10,514.
"Il presente è l'ora della piena responsabilità di Dio verso di noi, ogni presente; oggi e domani, il presente nella sua intera realtà e pluriformità; nella storia universale vi è sempre e soltanto un'ora importante, quella del presente. Chi fugge dal presente, fugge il tempo di Dio, chi fugge dal tempo, fugge Dio. Servite il tempo! Il signore del tempo è Dio, la svolta dei tempi è Cristo, il giusto spirito del tempo è lo Spirito Santo. Così, in ogni istante si nascondono tre cose: che io riconosco Dio come il signore della mia vita, che mi piego davanti al Cristo come al punto di svolta della mia vita deal giudizio alla grazia, che tento di creare spazio e forza in mezzo allo spirito del mondo per lo Spirito Santo [...]. Servire il tempo non significa divenirne schiavi, non significa approvare ciò che è attuale, soltanto perché lo è. Al servizio appartiene la forza della propria volontà e delle proprie idee, e non la debolezza del rincorrere e dell'acclamare; non significa: servire la moda, ma servite il tempo. La moda è ciò che gli uomini fanno comunque, sia che sia buono o disprezzabile. Il tempo è ciò che fa Dio e non ciò che servono gli uomini; servire Dio significa servire il tempo".
brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
giovedì 8 maggio 2008
Per un'etica della città
La Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell'America's cup di Valencia integrati in una città che si è saputa rigenerare dalle sue fondamenta.
Tutto ciò che è umano mi interessa, anche se spesso non è esteticamente moderno ed accattivante, ma ogni trasformazione di città – seppur è interessante – ha un costo umano (sociale, economico, culturale, religioso etc.) e dunque può esser bella, vera e buona a seconda del bene comune che riesce a produrre per i propri cittadini-abitanti. C’è infatti un paradosso che è alla base del nostro essere architetti in giro per il mondo – nuovi giapponesi capaci di catturare immagini ovunque – ed è quello di essere sempre meno cittadini-abitanti di Città e sempre più cittadini-consumatori di eventi e di parchi tematici prodotti o sotto-prodotti dalla globalizzazione; pronti, cioè, ad essere sensibili nei confronti di un’etica dell’estetica, piuttosto che nei confronti dell’etica della Città…
Che giudizio si dà a Valencia, cogliendo le grandi opere della Città delle Scienze e della Arti – di Santiago Calatrava – e del Porto America’s Cup con la realizzazione prossima futura del nuovo circuito di Formula 1 e l’intervento di David Chipperfield? Valencia è più una città globalizzata – resa simile a tante altre dal mondo della finanza e da un indistinto international fashion stile – o è piuttosto un luogo salvato ma morto a livello globale?…
Questo mio primo reportage – da scrittore e da fotografo – cerca di entrare nel cuore di questa etica e di questa città con tutti i limiti di chi visita e non vi abita (http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/).
Valencia è a mio modo una Città glo-cal (fra il globale ed il locale), anzi una solida città che ha integrato nel suo presente locale – pensato ed organizzato fin dagli anni ‘80 – le risposte essenziali da dare prima di tutto ai propri cittadini-abitanti, dove la cosiddetta architettura da copertina risulta oggi – seppur magniloquente e monumentale – marginale rispetto all’impianto vasto, coeso e funzionante della città. A Valencia si percepisce una visione alta della politica, sia dei cittadini che degli amministratori, dove ciascuno sembra capace di pensare al bene comune e non solo ad amministrare il dato corrente senza immagine per il futuro (un bene altrettanto comune e necessario per le generazioni avvenire…).
Proviamo a tirare una linea, a fare le somme per vedere se il risultato della Valencia contemporanea può considerarsi positivo allora.
Per prima cosa Valencia è una città dove l’evidente vastità della sua anonima ed amorfa periferia – a volte squallida – trova l’essenziali risposte all’irrinunciabile necessità di benessere e di relazione dei cittadini nel letto di un fiume – il Turia – oramai privo di acqua e trasformato in un enorme parco verde attrezzato, mosso e vario, spina dorsale di tutta intera la città. Su di esso si affacciano interi quartieri cittadini, è attraversato da strade e linee metropolitane, è arricchito da piste ciclabili e percorsi pedonali, da campi sportivi e da giardini per ogni età, da luoghi di ritrovo all’aperto o al riparo delle intemperie per un sano vivere civico. Ma Valencia – ed è il suo secondo aspetto – è anche la città che, ai margini di se stessa, alla foce del fiume inesistente e nel porto marittimo decaduto, ha trovato risposte ad altre attese da sempre tenute vive quali quelle di una città secolare, ricca di cultura e di beni, cresciuta grazie al lavoro dei mercanti valenciani in giro per il mondo: essere inter-nazionale. La costruzione di una città nella città, o se vogliamo di un parco nel parco – presente nel letto del fiume Turia – quale è stata la realizzazione della Città delle Scienze e delle Arti di Santiago Calatrava, il più celebre dei valenciani viventi, ingegnere/architetto – enormi, magniloquenti e monumentali architetture, veri mammuth tecnologici della modernità – e la trasformazione del bacino portuale decaduto in un nuovo terminale finanziario capace di richiamare eventi mediatici internazionali, quali l’America’s cup o il prossimo gran premio di Formula 1, rappresenta il respiro ed il volto internazionale della Valencia contemporanea.
Valencia glo-cal: globale per il cittadino-consumatore chi proviene da fuori e da dentro la città contemporanea, e locale per il cittadino-abitante della municipalità valenciana. Valencia sia per le famiglie che per la finanza, sia per la comunità valenciana che per la Spagna, che per i cittadini-turisti-consumatori dell’Unione Europea od extracomunitari… Valencia, dunque, un affare mediatico – capace di attrarre capitali stranieri – riuscito perché rispettoso della Città?
Quello che si nota camminando per giorni dentro il letto del Turia – deviato dall’uomo/recuperato dall’uomo – è che il corso del fiume verde, del parco al posto del fiume, collega e non separa le due città presenti nella città di Valencia – la città storica ed abitata, e quella internazionale e avveniristica di Calatrava o di Chipperfield: la città storica defluisce lentamente verso quella avveniristica fino ad arrivare al porto e quella internazionale risale dal porto, con la risacca marina, portando i nuovi bene dei mercati globali e mediatici alla città abitata. Così come il vecchio mondo si collegava al nuovo tramite il mare, oggi dal mare globale si risale il fiume trasformato da collegamenti mediati e globalizzati verso la medesima città. Ma a Valencia si è fatto anche qualcosa di diverso ed in più, si risale per il fiume verde, vivo, pieno di una fauna tutta umana: le persone.
Valencia è tanto ricca di tradizioni etno-culturali e religiose, quanto laica e spregiudicata nella modernità; per la città storica/abitata e per quella avveniristica/internazionale, l’orizzonte resta il solito: il futuro, simbolicamente rappresentato dalla foce del fiume – trasformata in città delle scienze e delle arti – e dal porto marittimo – trasformato dall’America’s cup e dal circuito mondiale di Formula 1. L’approdo e la partenza in questa città si compenetrano, così come storia ed avvenire si soffermano in un presente vissuto, locale e globale, comunque non idealizzato, e concretizzto. Qui a Valencia, globale e locale cercano un equilibrio nient’affatto illusorio anche se i mammuth di Calatrava o le sporgenti ed aggettanti terrazze di David Chipperfield, al porto dell’American’s cup, sembrano strizzare un po’ troppo compiaciuti l’occhio ad un international life stile ipertecnologico e modaiolo (sotto le terrazze di Chipperfield e suadentemente sdraiati – e non seduti – su enormi puff minimal chic si sentono risuonare solo note da buddabar).
L’uno e l’altro intervento – la città tematica ed il porto international stile – che oggi sembrano all’avanguardia sono forse votati, fra dieci o venti o al massimo trent’anni, ad essere archeologia del presente? Le monumentali creature di Calatrava fra qualche anno non diventeranno forse dei mammuth tecnologici ritrovati nella foce di un fiume che non c’è più? Ed il porto mediatico, costruito per Alinghi e per farvi sfrecciare le avveniristiche macchine di Formula 1, non risuonerà di assordanti silenzi siderali se le telecamere della globalizzazione non tornano regolarmente a puntarvi i loro riflettori?
Questo è sicuramente il pericolo di Valencia – perché nessuno oggi resiste ai media o alla loro assenza – ma sembra essere anche un rischio calcolato: l’eventuale fallimento di uno di questi due interventi non troverà una città sbilanciata; il baricentro è saldo nell’entroterra, nel cuore della Città storica/abitata di Valencia. Si può vivere anche senza Calatrava e senza un porto mediatico; entrambi gli interventi si riducono in fondo ad essere due enormi parchi del divertimento tematici.
Ebbene, quando una Città nel suo insieme vive su delle solide fondamenta, tutto questo non si traduce in fattore di destabilizzazione, ma di stimolo, di simbolo, di identità per i suoi cittadini-abitanti. L’operazione messa in atto da Valencia è solo in parte vanitas, dall’altra è cultura e intraprendenza con la consapevolezza che la Città oggi già vive bene.
Da una parte il recupero del letto del fiume Turia è stata la vittoria del cittadino-abitante di Valencia, dall’altra la Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell’American’s cup e della Formula 1 sono l’occasione vinta dal cittadino-consumatore glo-cal, turista-consumatore, architetto-consumatore, moderno giapponese (qualsiasi cittadino occidentale, oggi, è pronto a scattare quantità sconsiderate di foto digitali o di filmare centinaia di minuti scaricabili su blog ed in You Tube…). Da una parte abbiamo la capacità di una municipalità spagnola di “fare” urbanistica – basta addentrarsi per la città storica, per il quartiere universitario, per il quartiere direzionale etc. – dove il cittadino-abitante ha vinto la sfida di una politica che è impegnata a progettare il bene comune, dall’altra abbiamo l’esaltazione tecnicista e modaiola di interpretare l’essere di una città nel mondo come cittadini-consumatori… Contraddizioni del medesimo cittadino – ora abitante, ora consumatore – e della solita città?
Resta l’inopinabile fatto che oggi a Valencia non è come essere dieci anni fa a Bilbao; Valencia è riuscita a mediare – nelle pur evidenti contraddizioni che mai del tutto si possono assorbire o neutralizzare – fra due anime e fra due visioni della città contemporanea ed occidentale: quella appunto del cittadino-abitante (sempre in cerca di spazi di relazione, di socializzazione) e quella per il cittadino-consumatore (sempre in cerca di bisogni e di soddisfazioni). Tant’è che per comprendere le contraddizioni non assorbite basta spostarsi verso la periferia di Valencia dove i numerosi centri commerciali sono nuove cattedrali del consumismo laicista in cui ogni appartenenza religiosa, etnica, culturale etc. si appiattisce, e dove le parrocchie vere, quelle ancora presenti e radicate nella cattolicissima Spagna, risultano letteralmente assorbite dai palazzi pluripiano e incapaci – urbanisticamente e simbolicamente – di gareggiare con edifici ed insegne pubblicitarie sempre più sfavillanti ed aggressivi commercialmente.
Dunque, Valencia ampia e vasta si è o non si è lasciata vincere dalla globalizzazione? A parer mio no, non si è lasciata vincere, ma certamente non per questo è Utopia; ha solo trovato, se così si può affermare, un equilibrio seppur labile come tutti gli equilibri moderni, perché dinamici e mai statici. Essa tenta di assorbire nella tradizione che non ha abbandonato – assolutamente presenti in città sono le produzioni agro-silvo-pastorali e la commercializzazione dei prodotti ittici pescati nel frontistante mediterraneo, le feste religiose etc. – i portati della globalizzazione ed in parte, questi restano ai suoi margini, simbolicamente alla foce del vecchio fiume e nel porto trasformato dai media. Può essere sufficiente per il futuro di una città di 800.000 abitanti?
Se da una parte a Valencia abbiamo le attrattive per chi non è più cittadino-abitante, ma cittadino-consumatore / turista-consumatore, dall’altra permane l’opera profonda di una città che non ha perso il legame con l’entroterra e con il mare, con le tradizioni, con la storia, con la religione, con il mondo del lavoro; anzi è da questa parte che è iniziato il cammino difficile e doloroso della rigenerazione. Oggi il centro storico è vivibile, forse uno dei centri storici più vivibili che abbiamo in Europa. Non è un caso che, girando per la città, si abbia l’impressione di incontrare persone felici, abitanti fieri di vivere a Valencia. In fin dei conti nessun valenciano mi è sembrato troppo compiaciuto della Città delle Scienze e delle Arti, o del porto dell’American’s cup; agli spettacolari e scenografici interventi messi in atto preferisce il rinnovo urbano stando attento alla qualità e al costo della vita. La città di Valencia non ha abdicato alla responsabilità di darsi un futuro e di perseguirlo nell’insieme del suo territorio urbano. Certo, le periferie più estreme restano le più degradate (scambiatori di calore appesi a finestre e a balconi sono la norma, così come le foreste di antenne sopra gli edifici), ma anche lì gli spazi di relazione per anziani e bambini non mancano ed un parco, un giardino, una panchina ed una parrocchia sono sempre presenti.
La Città delle Scienze e delle Arti, così come il porto dell’Amercica’s cup, sono sicuramente un costoso intervento da mantenere, ma marginali. E’ nell’entroterra, nel cuore della città storica che si incontrano i fermenti che hanno dato origine a queste operazioni finanziarie e culturali. Calatrava è nato, ha studiato ed ha frequentato l’Università di Valencia; qui risiede in un bellissimo terratetto proprio dietro la Cattedrale dedicata alla Beata Vergine Maria.
Tirando la somma, di fronte a queste operazioni messe in atto dalla municipalità valenciana, non si ha un risultato la cui somma è negativa o pari a zero; qui non si sono costruite delle cattedrali nel deserto, anche se Dubai – stando sotto queste architetture di Calatrava o sulla pista di Formula 1 – non è lontana. Siamo ancora nel cuore della vecchia Europa cristiana e della cattolicissima Spagna, seppur sempre più laicista, secolarizzata e globalizzata, ed il fuoriscala non sono città costruite nell’arco di pochi anni in pieno deserto senza tradizioni, senza storia, senza un legame.
Tutto ciò che è umano mi interessa, anche se spesso non è esteticamente moderno ed accattivante, ma ogni trasformazione di città – seppur è interessante – ha un costo umano (sociale, economico, culturale, religioso etc.) e dunque può esser bella, vera e buona a seconda del bene comune che riesce a produrre per i propri cittadini-abitanti. C’è infatti un paradosso che è alla base del nostro essere architetti in giro per il mondo – nuovi giapponesi capaci di catturare immagini ovunque – ed è quello di essere sempre meno cittadini-abitanti di Città e sempre più cittadini-consumatori di eventi e di parchi tematici prodotti o sotto-prodotti dalla globalizzazione; pronti, cioè, ad essere sensibili nei confronti di un’etica dell’estetica, piuttosto che nei confronti dell’etica della Città…
Che giudizio si dà a Valencia, cogliendo le grandi opere della Città delle Scienze e della Arti – di Santiago Calatrava – e del Porto America’s Cup con la realizzazione prossima futura del nuovo circuito di Formula 1 e l’intervento di David Chipperfield? Valencia è più una città globalizzata – resa simile a tante altre dal mondo della finanza e da un indistinto international fashion stile – o è piuttosto un luogo salvato ma morto a livello globale?…
Questo mio primo reportage – da scrittore e da fotografo – cerca di entrare nel cuore di questa etica e di questa città con tutti i limiti di chi visita e non vi abita (http://www.flickr.com/photos/felicinocuorcontento/).
Valencia è a mio modo una Città glo-cal (fra il globale ed il locale), anzi una solida città che ha integrato nel suo presente locale – pensato ed organizzato fin dagli anni ‘80 – le risposte essenziali da dare prima di tutto ai propri cittadini-abitanti, dove la cosiddetta architettura da copertina risulta oggi – seppur magniloquente e monumentale – marginale rispetto all’impianto vasto, coeso e funzionante della città. A Valencia si percepisce una visione alta della politica, sia dei cittadini che degli amministratori, dove ciascuno sembra capace di pensare al bene comune e non solo ad amministrare il dato corrente senza immagine per il futuro (un bene altrettanto comune e necessario per le generazioni avvenire…).
Proviamo a tirare una linea, a fare le somme per vedere se il risultato della Valencia contemporanea può considerarsi positivo allora.
Per prima cosa Valencia è una città dove l’evidente vastità della sua anonima ed amorfa periferia – a volte squallida – trova l’essenziali risposte all’irrinunciabile necessità di benessere e di relazione dei cittadini nel letto di un fiume – il Turia – oramai privo di acqua e trasformato in un enorme parco verde attrezzato, mosso e vario, spina dorsale di tutta intera la città. Su di esso si affacciano interi quartieri cittadini, è attraversato da strade e linee metropolitane, è arricchito da piste ciclabili e percorsi pedonali, da campi sportivi e da giardini per ogni età, da luoghi di ritrovo all’aperto o al riparo delle intemperie per un sano vivere civico. Ma Valencia – ed è il suo secondo aspetto – è anche la città che, ai margini di se stessa, alla foce del fiume inesistente e nel porto marittimo decaduto, ha trovato risposte ad altre attese da sempre tenute vive quali quelle di una città secolare, ricca di cultura e di beni, cresciuta grazie al lavoro dei mercanti valenciani in giro per il mondo: essere inter-nazionale. La costruzione di una città nella città, o se vogliamo di un parco nel parco – presente nel letto del fiume Turia – quale è stata la realizzazione della Città delle Scienze e delle Arti di Santiago Calatrava, il più celebre dei valenciani viventi, ingegnere/architetto – enormi, magniloquenti e monumentali architetture, veri mammuth tecnologici della modernità – e la trasformazione del bacino portuale decaduto in un nuovo terminale finanziario capace di richiamare eventi mediatici internazionali, quali l’America’s cup o il prossimo gran premio di Formula 1, rappresenta il respiro ed il volto internazionale della Valencia contemporanea.
Valencia glo-cal: globale per il cittadino-consumatore chi proviene da fuori e da dentro la città contemporanea, e locale per il cittadino-abitante della municipalità valenciana. Valencia sia per le famiglie che per la finanza, sia per la comunità valenciana che per la Spagna, che per i cittadini-turisti-consumatori dell’Unione Europea od extracomunitari… Valencia, dunque, un affare mediatico – capace di attrarre capitali stranieri – riuscito perché rispettoso della Città?
Quello che si nota camminando per giorni dentro il letto del Turia – deviato dall’uomo/recuperato dall’uomo – è che il corso del fiume verde, del parco al posto del fiume, collega e non separa le due città presenti nella città di Valencia – la città storica ed abitata, e quella internazionale e avveniristica di Calatrava o di Chipperfield: la città storica defluisce lentamente verso quella avveniristica fino ad arrivare al porto e quella internazionale risale dal porto, con la risacca marina, portando i nuovi bene dei mercati globali e mediatici alla città abitata. Così come il vecchio mondo si collegava al nuovo tramite il mare, oggi dal mare globale si risale il fiume trasformato da collegamenti mediati e globalizzati verso la medesima città. Ma a Valencia si è fatto anche qualcosa di diverso ed in più, si risale per il fiume verde, vivo, pieno di una fauna tutta umana: le persone.
Valencia è tanto ricca di tradizioni etno-culturali e religiose, quanto laica e spregiudicata nella modernità; per la città storica/abitata e per quella avveniristica/internazionale, l’orizzonte resta il solito: il futuro, simbolicamente rappresentato dalla foce del fiume – trasformata in città delle scienze e delle arti – e dal porto marittimo – trasformato dall’America’s cup e dal circuito mondiale di Formula 1. L’approdo e la partenza in questa città si compenetrano, così come storia ed avvenire si soffermano in un presente vissuto, locale e globale, comunque non idealizzato, e concretizzto. Qui a Valencia, globale e locale cercano un equilibrio nient’affatto illusorio anche se i mammuth di Calatrava o le sporgenti ed aggettanti terrazze di David Chipperfield, al porto dell’American’s cup, sembrano strizzare un po’ troppo compiaciuti l’occhio ad un international life stile ipertecnologico e modaiolo (sotto le terrazze di Chipperfield e suadentemente sdraiati – e non seduti – su enormi puff minimal chic si sentono risuonare solo note da buddabar).
L’uno e l’altro intervento – la città tematica ed il porto international stile – che oggi sembrano all’avanguardia sono forse votati, fra dieci o venti o al massimo trent’anni, ad essere archeologia del presente? Le monumentali creature di Calatrava fra qualche anno non diventeranno forse dei mammuth tecnologici ritrovati nella foce di un fiume che non c’è più? Ed il porto mediatico, costruito per Alinghi e per farvi sfrecciare le avveniristiche macchine di Formula 1, non risuonerà di assordanti silenzi siderali se le telecamere della globalizzazione non tornano regolarmente a puntarvi i loro riflettori?
Questo è sicuramente il pericolo di Valencia – perché nessuno oggi resiste ai media o alla loro assenza – ma sembra essere anche un rischio calcolato: l’eventuale fallimento di uno di questi due interventi non troverà una città sbilanciata; il baricentro è saldo nell’entroterra, nel cuore della Città storica/abitata di Valencia. Si può vivere anche senza Calatrava e senza un porto mediatico; entrambi gli interventi si riducono in fondo ad essere due enormi parchi del divertimento tematici.
Ebbene, quando una Città nel suo insieme vive su delle solide fondamenta, tutto questo non si traduce in fattore di destabilizzazione, ma di stimolo, di simbolo, di identità per i suoi cittadini-abitanti. L’operazione messa in atto da Valencia è solo in parte vanitas, dall’altra è cultura e intraprendenza con la consapevolezza che la Città oggi già vive bene.
Da una parte il recupero del letto del fiume Turia è stata la vittoria del cittadino-abitante di Valencia, dall’altra la Città delle Scienze e delle Arti ed il porto dell’American’s cup e della Formula 1 sono l’occasione vinta dal cittadino-consumatore glo-cal, turista-consumatore, architetto-consumatore, moderno giapponese (qualsiasi cittadino occidentale, oggi, è pronto a scattare quantità sconsiderate di foto digitali o di filmare centinaia di minuti scaricabili su blog ed in You Tube…). Da una parte abbiamo la capacità di una municipalità spagnola di “fare” urbanistica – basta addentrarsi per la città storica, per il quartiere universitario, per il quartiere direzionale etc. – dove il cittadino-abitante ha vinto la sfida di una politica che è impegnata a progettare il bene comune, dall’altra abbiamo l’esaltazione tecnicista e modaiola di interpretare l’essere di una città nel mondo come cittadini-consumatori… Contraddizioni del medesimo cittadino – ora abitante, ora consumatore – e della solita città?
Resta l’inopinabile fatto che oggi a Valencia non è come essere dieci anni fa a Bilbao; Valencia è riuscita a mediare – nelle pur evidenti contraddizioni che mai del tutto si possono assorbire o neutralizzare – fra due anime e fra due visioni della città contemporanea ed occidentale: quella appunto del cittadino-abitante (sempre in cerca di spazi di relazione, di socializzazione) e quella per il cittadino-consumatore (sempre in cerca di bisogni e di soddisfazioni). Tant’è che per comprendere le contraddizioni non assorbite basta spostarsi verso la periferia di Valencia dove i numerosi centri commerciali sono nuove cattedrali del consumismo laicista in cui ogni appartenenza religiosa, etnica, culturale etc. si appiattisce, e dove le parrocchie vere, quelle ancora presenti e radicate nella cattolicissima Spagna, risultano letteralmente assorbite dai palazzi pluripiano e incapaci – urbanisticamente e simbolicamente – di gareggiare con edifici ed insegne pubblicitarie sempre più sfavillanti ed aggressivi commercialmente.
Dunque, Valencia ampia e vasta si è o non si è lasciata vincere dalla globalizzazione? A parer mio no, non si è lasciata vincere, ma certamente non per questo è Utopia; ha solo trovato, se così si può affermare, un equilibrio seppur labile come tutti gli equilibri moderni, perché dinamici e mai statici. Essa tenta di assorbire nella tradizione che non ha abbandonato – assolutamente presenti in città sono le produzioni agro-silvo-pastorali e la commercializzazione dei prodotti ittici pescati nel frontistante mediterraneo, le feste religiose etc. – i portati della globalizzazione ed in parte, questi restano ai suoi margini, simbolicamente alla foce del vecchio fiume e nel porto trasformato dai media. Può essere sufficiente per il futuro di una città di 800.000 abitanti?
Se da una parte a Valencia abbiamo le attrattive per chi non è più cittadino-abitante, ma cittadino-consumatore / turista-consumatore, dall’altra permane l’opera profonda di una città che non ha perso il legame con l’entroterra e con il mare, con le tradizioni, con la storia, con la religione, con il mondo del lavoro; anzi è da questa parte che è iniziato il cammino difficile e doloroso della rigenerazione. Oggi il centro storico è vivibile, forse uno dei centri storici più vivibili che abbiamo in Europa. Non è un caso che, girando per la città, si abbia l’impressione di incontrare persone felici, abitanti fieri di vivere a Valencia. In fin dei conti nessun valenciano mi è sembrato troppo compiaciuto della Città delle Scienze e delle Arti, o del porto dell’American’s cup; agli spettacolari e scenografici interventi messi in atto preferisce il rinnovo urbano stando attento alla qualità e al costo della vita. La città di Valencia non ha abdicato alla responsabilità di darsi un futuro e di perseguirlo nell’insieme del suo territorio urbano. Certo, le periferie più estreme restano le più degradate (scambiatori di calore appesi a finestre e a balconi sono la norma, così come le foreste di antenne sopra gli edifici), ma anche lì gli spazi di relazione per anziani e bambini non mancano ed un parco, un giardino, una panchina ed una parrocchia sono sempre presenti.
La Città delle Scienze e delle Arti, così come il porto dell’Amercica’s cup, sono sicuramente un costoso intervento da mantenere, ma marginali. E’ nell’entroterra, nel cuore della città storica che si incontrano i fermenti che hanno dato origine a queste operazioni finanziarie e culturali. Calatrava è nato, ha studiato ed ha frequentato l’Università di Valencia; qui risiede in un bellissimo terratetto proprio dietro la Cattedrale dedicata alla Beata Vergine Maria.
Tirando la somma, di fronte a queste operazioni messe in atto dalla municipalità valenciana, non si ha un risultato la cui somma è negativa o pari a zero; qui non si sono costruite delle cattedrali nel deserto, anche se Dubai – stando sotto queste architetture di Calatrava o sulla pista di Formula 1 – non è lontana. Siamo ancora nel cuore della vecchia Europa cristiana e della cattolicissima Spagna, seppur sempre più laicista, secolarizzata e globalizzata, ed il fuoriscala non sono città costruite nell’arco di pochi anni in pieno deserto senza tradizioni, senza storia, senza un legame.
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