Dietrich Bonhoeffer
DBW 8,244s. [trad. it. cit. 228s] tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi" a cura di Manfred Weber, p. 13, Queriniana, 2007.
Dio non farà mancare, a chi lo trova e lo ringrazia nella propria felicità terrena, i momenti in cui gli sarà ricordato che tutte le cose terrene sono qualcosa di provvisorio, e che è bene abituare il proprio cuore all'eternità. [...] Ma tutto questo ha il suo proprio tempo, e ciò che più conta è tenere il passo di Dio, e non volerlo sempre precedere, né d'altra parte stargli indietro. E' un atteggiamento tracotante voler avere tutto in una volta. [...] Ogni cosa ha 'il suo tempo': "piangere e ridere [...] abbracciare e astenersi dagli abbracci [...] stracciare e cucire [...] (Qo 3,4.5b.7a) e Dio ricerca ciò che è già passato (Qo 3,15b)". Quest'ultimo passo significa che nulla di ciò che è passato va perduto, che Dio assieme a noi torna a cercare anche il passato che ci appartiene. Quando perciò ci coglie la nostalgia per qualcosa che è passato - il che accade in circostanze assolutamente imprevedibili - dobbiamo essere consapevoli che è solo uno dei 'momenti' che Dio tiene ancora in serbo per noi, e allora dobbiamo cercare di ritrovare il passato non da soli, ma in compagnia di Dio.
domenica 9 gennaio 2011
lunedì 3 gennaio 2011
Invictus
Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903).
All'età di 12 anni Henley si ammalò gravemente di tubercolosi, tanto che fu necessaria l'amputazione della parte inferiore della gamba sinistra per permettergli di sopravvivere. La malattia non gli diede tregua per l'intera esistenza, ma Henley era dotato di una forza d'animo fuori dal comune. Venne spesso ricoverato per lunghi periodi in ospedale, in quanto anche il piede destro era a rischio di amputazione. Dopo tre anni passati in ospedale (1873-75) venne dimesso e, sebbene la cura non fosse del tutto riuscita, questa gli permise di vivere in modo autonomo per 30 anni.
Nel 1875, mentre si trovava in ospedale, scrisse la sua poesia più celebre, Invictus, pubblicata per la prima volta nel 1888 nel Book of Verses ("Libro di Versi") di Henley, dov'era la quarta di una serie di poesie intitolate Life and Death (Echoes). In origine non recava un titolo. Il titolo Invictus fu aggiunto dallo scrittore e critico letterario Arthur Quiller-Couch quando incluse la poesia nella sua fondamentale antologia della poesia inglese, The Oxford Book Of English Verse (1900) (cfr. wikipedia).
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
All'età di 12 anni Henley si ammalò gravemente di tubercolosi, tanto che fu necessaria l'amputazione della parte inferiore della gamba sinistra per permettergli di sopravvivere. La malattia non gli diede tregua per l'intera esistenza, ma Henley era dotato di una forza d'animo fuori dal comune. Venne spesso ricoverato per lunghi periodi in ospedale, in quanto anche il piede destro era a rischio di amputazione. Dopo tre anni passati in ospedale (1873-75) venne dimesso e, sebbene la cura non fosse del tutto riuscita, questa gli permise di vivere in modo autonomo per 30 anni.
Nel 1875, mentre si trovava in ospedale, scrisse la sua poesia più celebre, Invictus, pubblicata per la prima volta nel 1888 nel Book of Verses ("Libro di Versi") di Henley, dov'era la quarta di una serie di poesie intitolate Life and Death (Echoes). In origine non recava un titolo. Il titolo Invictus fu aggiunto dallo scrittore e critico letterario Arthur Quiller-Couch quando incluse la poesia nella sua fondamentale antologia della poesia inglese, The Oxford Book Of English Verse (1900) (cfr. wikipedia).
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
venerdì 31 dicembre 2010
Da benigne potenze
Dietrich Bonhoeffer
DBW 8,607s. [trad. it. cit. 565s] tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", Queriniana, 2007.
Circondato fedelmente e tacitamente da benigne potenze,
meravigliosamente protetto e consolato,
voglio questo giorno vivere con voi,
e con voi entrare nel nuovo anno;
il vecchio ancora vuole tormentare i nostri cuori
ancora ci opprime il grave peso di brutti giorni.
Oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite
la salvezza per la quale ci hai creato.
E tu ci porgi il duro calice, l’amaro calice
della sofferenza, ripiena fino all’orlo,
e così lo prendiamo, senza tremare,
dalla tua buona, amata mano.
E tuttavia ci vuoi ancora donare gioia,
per questo mondo e per lo splendore del suo sole,
e noi vogliamo allora ricordare ciò che è passato
e così appartiene a te la nostra intera vita.
Fa' ardere oggi le calde e chiare candele,
che hai portato nella nostra oscurità;
riconducici, se è possibile, ancora insieme.
Noi lo sappiamo la tua luce risplende nella notte.
Quando il silenzio profondo scende intorno a noi,
facci udire quel suono pieno
del mondo, che invisibile si estende intorno a noi,
l’alto canto di lode di tutti i tuoi figli.
Da potenze benigne prodigiosamente protetti,
attendiamo consolati quello che accadrà.
Dio ci è al fianco alla sera e al mattino,
e, certamente, in ogni giorno che verrà.
DBW 8,607s. [trad. it. cit. 565s] tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", Queriniana, 2007.
Circondato fedelmente e tacitamente da benigne potenze,
meravigliosamente protetto e consolato,
voglio questo giorno vivere con voi,
e con voi entrare nel nuovo anno;
il vecchio ancora vuole tormentare i nostri cuori
ancora ci opprime il grave peso di brutti giorni.
Oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite
la salvezza per la quale ci hai creato.
E tu ci porgi il duro calice, l’amaro calice
della sofferenza, ripiena fino all’orlo,
e così lo prendiamo, senza tremare,
dalla tua buona, amata mano.
E tuttavia ci vuoi ancora donare gioia,
per questo mondo e per lo splendore del suo sole,
e noi vogliamo allora ricordare ciò che è passato
e così appartiene a te la nostra intera vita.
Fa' ardere oggi le calde e chiare candele,
che hai portato nella nostra oscurità;
riconducici, se è possibile, ancora insieme.
Noi lo sappiamo la tua luce risplende nella notte.
Quando il silenzio profondo scende intorno a noi,
facci udire quel suono pieno
del mondo, che invisibile si estende intorno a noi,
l’alto canto di lode di tutti i tuoi figli.
Da potenze benigne prodigiosamente protetti,
attendiamo consolati quello che accadrà.
Dio ci è al fianco alla sera e al mattino,
e, certamente, in ogni giorno che verrà.
mercoledì 8 dicembre 2010
Il piede giullare
Vorrei scomparire / in questo tragitto
non ne avresti di meno : "Nulla si toglie di ciò che non si ha"
Giratomi in dietro
ho visto il Cedro / più alto di me
E' la stagione del Corbezzolo / l'Oliva (è) raccolta
il Verde marcio / grigio del cielo
sporco con la zuppa terra
La Foglia ridente / ormai morta
contrappunto di un ramo
La mia mano / non spoglia
la tua nudità : "La differenza schernisce ciò che si è"
Gioisci / tutto lo sguardo
di un piede giullare sulla pancia
Il dialogo / tutto il tempo cercato
morendo a se stessi
non ne avresti di meno : "Nulla si toglie di ciò che non si ha"
Giratomi in dietro
ho visto il Cedro / più alto di me
E' la stagione del Corbezzolo / l'Oliva (è) raccolta
il Verde marcio / grigio del cielo
sporco con la zuppa terra
La Foglia ridente / ormai morta
contrappunto di un ramo
La mia mano / non spoglia
la tua nudità : "La differenza schernisce ciò che si è"
Gioisci / tutto lo sguardo
di un piede giullare sulla pancia
Il dialogo / tutto il tempo cercato
morendo a se stessi
sabato 27 febbraio 2010
A Prato si è inventato un modello di (non)urbanistica
(sottotitolo)
L'urbanistica al centro del dibattito per la riqualificazione e la ripresa economica della Città
Le trasformazioni del territorio non si risolvono e non si affrontano uscendo dall'urbanistica; questo è il punto di partenza per ogni discussione su piani attutivi, accordi di programma e, in un ultimo, sul tipo di perequazione che a Prato sarà messa in atto.
Di per sé non è sbagliato ricorrere a piani attuativi di iniziativa privata o alla perequazione da parte dell’Amministrazione Comunale; è distorto invece l'uso, degli uni come dell’altra, in mancanza di una "pianificazione di riferimento" sufficientemente stabile e ferrea che indica dove e come spostare i diritti edificatori in maniera "sostenibile". Sostenibilità integrale, aggiungerei: economico-finanziaria, urbanistica, infrastrutturale, ambientale ed energetica; infine, ma non per ultima, sociale.
L'ipotesi che si è fatta di "rinnovare" il parco di Galceti, tramite un intervento "perequativo" a Maliseti, è l'esempio di un approccio sbagliato alle trasformazioni territoriali; esempio negativo semplicemente perché la "perequazione" ipotizzata prescinde da ciò che il Piano Strutturale - la pianificazione “sufficientemente stabile e ferrea” - prevede per Maliseti stessa. Ma non solo, è questa un'ipotesi che non prende in considerazione altri aspetti fondamentali per un approccio sostenibile alle "trasformazioni contemporanee" quali, ad esempio, le questioni legate alle infrastrutture e alla mobilità. Quali conseguenze, infatti, si ha nel costruire dove non è previsto dalla pianificazione, per l'economia di quei luoghi, per gli spostamenti urbani, per l'integrazione sociale e per la sicurezza, per il vivere comune?
A Prato, questo è anche un problema di classe dirigente che "amministra" da un decennio il "sapere" - non solo urbanistico, ma anche delle infrastrutture e della mobilità -, sapere che è stato spostato tutto quanto sull'impianto normativo, sulle procedure e sul "fare" abbandonando l' "urbanistica" ad orpello necessario, ma fastidioso; si noti dal 1999 quante volte sono state cambiate, aggiornate, modificate le norme del regolamento edilizio e di quello urbanistico, senza aggiornare il Piano Strutturale o modificare il regolamento urbanistico tout cour. Segno questo delle “visioni corte” con cui si è creduto opportuno dirigere la città.
E' possibile trasformare ancora territorio, a Prato, in maniera "sostenibile" e trasformalo in maniera da mettere in atto un processo virtuoso socio-economico, ma non speculativo-immobiliarista? Questa può essere una domanda giusta alla quale la classe dirigente della città non sembra interessata.
La risposta non è scontata perché la "trasformabilità" del territorio, per essere "sostenibile", deve passare non solo da una "pianificazione sostenibile", che oggi a Prato significa (1) variare in maniera organica e generale il Piano Strutturale e (2) il Regolamento Urbanistico, snellire e semplificare (3) il Regolamento Edilizio, ma da un uso "corretto", da parte dei privati e della classe dirigente comunale, degli (1) impianti normativi e delle (2) procedure senza "strumentalizzazioni" che aggirino l' "urbanistica" e il suo giusto rapporto con le "infrastrutture", la "mobilità" e la “società”.
Non è un caso che a pochissima distanza dall'approvazione del Regolamento Urbanistico di Secchi – cioè per una decina di anni - si sia fatto un sistemico e sistematico uso di piani attutivi di iniziativa privata, per variare lo stesso Piano Secchi, e un uso altrettanto sistemico e sistematico di "modifiche" all'impianto normativo di entrambi i regolamenti; segno questo della “non accettazione” del lavoro dell’urbanista, oggi, di fama mondiale. Errore di Secchi, a detta di molti, scusa per tanti che lavorano in città.
Questo è stato il "modello Prato" del "(non)fare" urbanistica, dopo Secchi, un modello che ha messo in crisi la città e ha distrutto l' "urbanistica" senza controbilanciamenti alcuni; decostruendo l'urbanistica non si è affatto innalzato la qualità del costruito, né tanto meno si è investito in un'architettura meritevole di essere presa a modello sostenibile.
In genere, si tende a responsabilizzare Secchi più di quanto non abbia di fatto errato nelle previsioni. La crisi economica, tutto sommato, non ha dato ragione a lui, ma ha tolto il velo a questo disinibito modo di trasformare il territorio.
Oggi, potremmo essere all'ultimo atto di questo modello negativo di (non)urbanistica, se con un distorto "modello perequativo", non fondato sulla corretta "pianificazione", si darà atto a nuove trasformazioni di carattere immobiliare, quale quella paventata per Maliseti.
Il problema principale non è cosa faremo o non faremo dell’area Ex-Banci, altro esempio sotto gli occhi di tutti, ma quale urbanistica vorremo adottare per riqualificare e rilanciare economicamente Prato. Continuare a focalizzare la nostra attenzione sulle singole aree degradate o abbandonate, Macrolotto 0, area ospedaliera etc. non fa vedere il male maggiore, ma permette a chi specula di giungere ad una soluzione vantaggiosa solo per sé.
Si auspica, non da parte di puristi ideologi, tanto meno da ambientalisti catastrofici, ma da chi ha cuore una "trasformazione sostenibile", economicamente e ambientalmente vantaggiosa per la città, un'inversione di marcia ed un cambio generazionale alla guida della macchina amministrativa pratese. Chissà, così facendo, che non si arrivi - infine - a un modello positivo di urbanistica per Prato e il suo territorio; infin dei conti nessuno desidera vivere in una città museo, tanto meno fra ruderi abbandonati o peggio fra grattaceli sconclusionati mentre il lavoro langue e i capitali non sono investiti per riqualificare e rilanciare economicamente Prato.
L'urbanistica al centro del dibattito per la riqualificazione e la ripresa economica della Città
Le trasformazioni del territorio non si risolvono e non si affrontano uscendo dall'urbanistica; questo è il punto di partenza per ogni discussione su piani attutivi, accordi di programma e, in un ultimo, sul tipo di perequazione che a Prato sarà messa in atto.
Di per sé non è sbagliato ricorrere a piani attuativi di iniziativa privata o alla perequazione da parte dell’Amministrazione Comunale; è distorto invece l'uso, degli uni come dell’altra, in mancanza di una "pianificazione di riferimento" sufficientemente stabile e ferrea che indica dove e come spostare i diritti edificatori in maniera "sostenibile". Sostenibilità integrale, aggiungerei: economico-finanziaria, urbanistica, infrastrutturale, ambientale ed energetica; infine, ma non per ultima, sociale.
L'ipotesi che si è fatta di "rinnovare" il parco di Galceti, tramite un intervento "perequativo" a Maliseti, è l'esempio di un approccio sbagliato alle trasformazioni territoriali; esempio negativo semplicemente perché la "perequazione" ipotizzata prescinde da ciò che il Piano Strutturale - la pianificazione “sufficientemente stabile e ferrea” - prevede per Maliseti stessa. Ma non solo, è questa un'ipotesi che non prende in considerazione altri aspetti fondamentali per un approccio sostenibile alle "trasformazioni contemporanee" quali, ad esempio, le questioni legate alle infrastrutture e alla mobilità. Quali conseguenze, infatti, si ha nel costruire dove non è previsto dalla pianificazione, per l'economia di quei luoghi, per gli spostamenti urbani, per l'integrazione sociale e per la sicurezza, per il vivere comune?
A Prato, questo è anche un problema di classe dirigente che "amministra" da un decennio il "sapere" - non solo urbanistico, ma anche delle infrastrutture e della mobilità -, sapere che è stato spostato tutto quanto sull'impianto normativo, sulle procedure e sul "fare" abbandonando l' "urbanistica" ad orpello necessario, ma fastidioso; si noti dal 1999 quante volte sono state cambiate, aggiornate, modificate le norme del regolamento edilizio e di quello urbanistico, senza aggiornare il Piano Strutturale o modificare il regolamento urbanistico tout cour. Segno questo delle “visioni corte” con cui si è creduto opportuno dirigere la città.
E' possibile trasformare ancora territorio, a Prato, in maniera "sostenibile" e trasformalo in maniera da mettere in atto un processo virtuoso socio-economico, ma non speculativo-immobiliarista? Questa può essere una domanda giusta alla quale la classe dirigente della città non sembra interessata.
La risposta non è scontata perché la "trasformabilità" del territorio, per essere "sostenibile", deve passare non solo da una "pianificazione sostenibile", che oggi a Prato significa (1) variare in maniera organica e generale il Piano Strutturale e (2) il Regolamento Urbanistico, snellire e semplificare (3) il Regolamento Edilizio, ma da un uso "corretto", da parte dei privati e della classe dirigente comunale, degli (1) impianti normativi e delle (2) procedure senza "strumentalizzazioni" che aggirino l' "urbanistica" e il suo giusto rapporto con le "infrastrutture", la "mobilità" e la “società”.
Non è un caso che a pochissima distanza dall'approvazione del Regolamento Urbanistico di Secchi – cioè per una decina di anni - si sia fatto un sistemico e sistematico uso di piani attutivi di iniziativa privata, per variare lo stesso Piano Secchi, e un uso altrettanto sistemico e sistematico di "modifiche" all'impianto normativo di entrambi i regolamenti; segno questo della “non accettazione” del lavoro dell’urbanista, oggi, di fama mondiale. Errore di Secchi, a detta di molti, scusa per tanti che lavorano in città.
Questo è stato il "modello Prato" del "(non)fare" urbanistica, dopo Secchi, un modello che ha messo in crisi la città e ha distrutto l' "urbanistica" senza controbilanciamenti alcuni; decostruendo l'urbanistica non si è affatto innalzato la qualità del costruito, né tanto meno si è investito in un'architettura meritevole di essere presa a modello sostenibile.
In genere, si tende a responsabilizzare Secchi più di quanto non abbia di fatto errato nelle previsioni. La crisi economica, tutto sommato, non ha dato ragione a lui, ma ha tolto il velo a questo disinibito modo di trasformare il territorio.
Oggi, potremmo essere all'ultimo atto di questo modello negativo di (non)urbanistica, se con un distorto "modello perequativo", non fondato sulla corretta "pianificazione", si darà atto a nuove trasformazioni di carattere immobiliare, quale quella paventata per Maliseti.
Il problema principale non è cosa faremo o non faremo dell’area Ex-Banci, altro esempio sotto gli occhi di tutti, ma quale urbanistica vorremo adottare per riqualificare e rilanciare economicamente Prato. Continuare a focalizzare la nostra attenzione sulle singole aree degradate o abbandonate, Macrolotto 0, area ospedaliera etc. non fa vedere il male maggiore, ma permette a chi specula di giungere ad una soluzione vantaggiosa solo per sé.
Si auspica, non da parte di puristi ideologi, tanto meno da ambientalisti catastrofici, ma da chi ha cuore una "trasformazione sostenibile", economicamente e ambientalmente vantaggiosa per la città, un'inversione di marcia ed un cambio generazionale alla guida della macchina amministrativa pratese. Chissà, così facendo, che non si arrivi - infine - a un modello positivo di urbanistica per Prato e il suo territorio; infin dei conti nessuno desidera vivere in una città museo, tanto meno fra ruderi abbandonati o peggio fra grattaceli sconclusionati mentre il lavoro langue e i capitali non sono investiti per riqualificare e rilanciare economicamente Prato.
martedì 2 febbraio 2010
Saluto e augurio P.P. Pasolini
Saluto e augurio
A è quasi sigùr che chista
a è la me ultima poesia par furlàn;
e i vuèj parlàighi a un fassista
prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn.
Al è un fassista zòvin,
al varà vincia un, vincia doi àins:
al è nassùt ta un paìs,
e al è zut a scuela in sitàt.
Al è alt, cui ociàj, il vistìt
gris, i ciavièj curs:
quand ch’al scumìnsia a parlàmi
i crot ch’a no’l savedi nuja di politica
e ch’al serci doma di difindi il latìn
e il grec, cuntra di me; no savìnt
se ch’i ami il latin, il grec - e i ciavièj curs.
Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpìn.
“Ven cà, ven cà, Fedro.
Scolta. I vuèj fati un discors
ch’al somèa un testamìnt.
Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns
su di te: jo i sai ben, i lu sai,
ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,
un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir:
ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài
Difìnt i palès di moràr o aunàr,
in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Moùr di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.
Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.
Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat
tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.
I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,
ti lu sas, a è sapiensa santa.
Difìnt, conserva prea. La Repùblica
a è drenti, tal cuàrp da la mari.
I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià
di cà e di là, nass’nt, murìnt,
cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.
Vuei: difindi, conservà, preà. Tas:
la to ciamesa ch’a no sedi
nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi
’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
Odia chej ch’a volin dismòvisi
e dismintiàssi da li Paschis…
Duncia, fantàt dai cialsìns di muàrt,
i ti ài dita se ch’a volin i Dius
dai ciamps. Là ch’i ti sos nassùt.
Là che da frut i ti às imparàt
i so Comandamìns. Ma in Sitàt?
Scolta. Là Crist a no’l basta.
A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi
moderna. E a coventin i puòrs.
Tu difìnt, conserva, prea:
ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.
Ama la so voja di vivi bessòj
tal so mond, tra pras e palàs
là ch’a no rivi la peràula
dal nustri mond; ama il cunfìn
ch’a àn segnàt tra nu e lòur;
ama il so dialèt inventàt ogni matina,
par no fassi capì; par no spartì
cun nissùn la so ligria.
Ama il sorel di sitàt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fì.
Drenti dal nustri mond, dis
di no essi borghèis, ma un sant
o un soldàt: un sant sensa ignoransa,
un soldàt sensa violensa.
Puarta cun mans di sant o soldàt
l’intimitàt cu’l Re, Destra divina
ch’a è drenti di nu, tal siùn.
Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,
encia s’a è ’na ilusiòn: parsè
che encia i parons, a àn
i so paròns, a son fis di paris
ch’a stan da qualchi banda dal momd.
Basta che doma il sintimìnt
da la vita al sedi par diciu cunpàin:
il rest a no impuàrta, fantàt cun in man
il Libri sensa la Peràula.
Hic desinit cantus. Ciàpiti
tu, su li spalis, chistu zèit plen.
Jo i no pos, nissun no capirès
il scàndul. Un veciu al à rispièt
dal judissi dal mond; encia
s’a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt
di se che lui al è tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulìs,
e stà al zoùc ch’a no’l à mai vulùt.
Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri
la vita, la zoventùt.”
Pier Paolo Pasolini
A è quasi sigùr che chista
a è la me ultima poesia par furlàn;
e i vuèj parlàighi a un fassista
prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn.
Al è un fassista zòvin,
al varà vincia un, vincia doi àins:
al è nassùt ta un paìs,
e al è zut a scuela in sitàt.
Al è alt, cui ociàj, il vistìt
gris, i ciavièj curs:
quand ch’al scumìnsia a parlàmi
i crot ch’a no’l savedi nuja di politica
e ch’al serci doma di difindi il latìn
e il grec, cuntra di me; no savìnt
se ch’i ami il latin, il grec - e i ciavièj curs.
Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpìn.
“Ven cà, ven cà, Fedro.
Scolta. I vuèj fati un discors
ch’al somèa un testamìnt.
Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns
su di te: jo i sai ben, i lu sai,
ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,
un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir:
ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài
Difìnt i palès di moràr o aunàr,
in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Moùr di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.
Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.
Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat
tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.
I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,
ti lu sas, a è sapiensa santa.
Difìnt, conserva prea. La Repùblica
a è drenti, tal cuàrp da la mari.
I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià
di cà e di là, nass’nt, murìnt,
cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.
Vuei: difindi, conservà, preà. Tas:
la to ciamesa ch’a no sedi
nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi
’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
Odia chej ch’a volin dismòvisi
e dismintiàssi da li Paschis…
Duncia, fantàt dai cialsìns di muàrt,
i ti ài dita se ch’a volin i Dius
dai ciamps. Là ch’i ti sos nassùt.
Là che da frut i ti às imparàt
i so Comandamìns. Ma in Sitàt?
Scolta. Là Crist a no’l basta.
A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi
moderna. E a coventin i puòrs.
Tu difìnt, conserva, prea:
ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.
Ama la so voja di vivi bessòj
tal so mond, tra pras e palàs
là ch’a no rivi la peràula
dal nustri mond; ama il cunfìn
ch’a àn segnàt tra nu e lòur;
ama il so dialèt inventàt ogni matina,
par no fassi capì; par no spartì
cun nissùn la so ligria.
Ama il sorel di sitàt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fì.
Drenti dal nustri mond, dis
di no essi borghèis, ma un sant
o un soldàt: un sant sensa ignoransa,
un soldàt sensa violensa.
Puarta cun mans di sant o soldàt
l’intimitàt cu’l Re, Destra divina
ch’a è drenti di nu, tal siùn.
Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,
encia s’a è ’na ilusiòn: parsè
che encia i parons, a àn
i so paròns, a son fis di paris
ch’a stan da qualchi banda dal momd.
Basta che doma il sintimìnt
da la vita al sedi par diciu cunpàin:
il rest a no impuàrta, fantàt cun in man
il Libri sensa la Peràula.
Hic desinit cantus. Ciàpiti
tu, su li spalis, chistu zèit plen.
Jo i no pos, nissun no capirès
il scàndul. Un veciu al à rispièt
dal judissi dal mond; encia
s’a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt
di se che lui al è tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulìs,
e stà al zoùc ch’a no’l à mai vulùt.
Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri
la vita, la zoventùt.”
Pier Paolo Pasolini
martedì 5 gennaio 2010
Chiesi a Dio
di Kirk Kilgour, pallavolista rimasto paralizzato nel '76
a seguito di un incidente durante un allenamento.
"Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell'umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese:
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l'umiliazione perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita:
Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno
e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!"
a seguito di un incidente durante un allenamento.
"Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell'umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese:
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l'umiliazione perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita:
Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno
e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!"
venerdì 27 novembre 2009
Da PENSIERI IN RIVA AL MARE (1957) di Margherita Guidacci
Poesia XIV
Ormai sul punto di partire, siedo
Qui per l'ultima volta, sul tuo orlo,
Carezzando la sabbia scura, dove
Spesso impressi il mio corpo, per vedere
Poi quella forma vana scompigliata
Da te e dal vento, finché ritornassero
Dune perfette. Penso come vario
Tu mi apparisti, per colore, voce
E moto: il verde-azzurro e la sommessa
Melodia della tua serentià
O il bianco della furia, quando folle
Ti avventavi agli scogli e li colpivi.
Con mille irate lame. Quale immagine
Più duratura serberò di te
Quando sarò lontana e penserò
A questi giorni? Forse come oggi
Ti rivedrò nel mio ricordo: in questa
Tua grigia ambiguità che sa celare
Ugualmente la pace e la minaccia;
Steso nell'inscrutabile indolenza
Sotto un arco di nubi e l'orizzonte
Velato, dove appena s'indovina,
Come nebbia più spessa, la Gorgona.
Così ti rivedrò, con i pensieri
Ch'ebbero tanti sopra le tue rive
Prima di me.
E che me pure come tutti gli altri
Turbarono. Ed ancora mi parrà
D'esserti accanto, aspirerò il tuo aroma
Denso e amaro, di nuovo fisserò
Il tuo infinito, ed un trasalimento
Avrò al contatto delicato e arido
Della sabbia con le mie dita, sabbia con sabbia.
Ormai sul punto di partire, siedo
Qui per l'ultima volta, sul tuo orlo,
Carezzando la sabbia scura, dove
Spesso impressi il mio corpo, per vedere
Poi quella forma vana scompigliata
Da te e dal vento, finché ritornassero
Dune perfette. Penso come vario
Tu mi apparisti, per colore, voce
E moto: il verde-azzurro e la sommessa
Melodia della tua serentià
O il bianco della furia, quando folle
Ti avventavi agli scogli e li colpivi.
Con mille irate lame. Quale immagine
Più duratura serberò di te
Quando sarò lontana e penserò
A questi giorni? Forse come oggi
Ti rivedrò nel mio ricordo: in questa
Tua grigia ambiguità che sa celare
Ugualmente la pace e la minaccia;
Steso nell'inscrutabile indolenza
Sotto un arco di nubi e l'orizzonte
Velato, dove appena s'indovina,
Come nebbia più spessa, la Gorgona.
Così ti rivedrò, con i pensieri
Ch'ebbero tanti sopra le tue rive
Prima di me.
E che me pure come tutti gli altri
Turbarono. Ed ancora mi parrà
D'esserti accanto, aspirerò il tuo aroma
Denso e amaro, di nuovo fisserò
Il tuo infinito, ed un trasalimento
Avrò al contatto delicato e arido
Della sabbia con le mie dita, sabbia con sabbia.
venerdì 9 ottobre 2009
Libertà nel linguaggio della Bibbia
Dietrich Bonhoeffer
DBW 3,58s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002, 54].
Infatti, nel linguaggio biblico la libertà non è qualcosa che l'uomo abbia per sé, ma qualcosa che ha per gli altri. Nessun uomo è libero 'in sé', cioè come se fosse nel vuoto, al modo in cui può essere in sé musicalmente dotato, o intelligente, o cieco. La libertà non è una qualità dell'uomo, non è una capacità che possa essere scoperta in lui, per quanto nel profondo, ma è una disposizione, un modo di essere. Chi sottopone a esame l'uomo alla ricerca della libertà, non ne trova traccia. Perché? Perché la libertà non è una qualità che possa essere scoperta, o un possesso, qualcosa di dato, di oggettivo, neppure una forma per un dato, ma è un rapporto e niente altro. E' in effetti un rapporto tra due. Essere liberto significa 'essere-libero-per-l'altro', perché l'altro mi ha legato a sé. Solo in rapporto all'altro sono libero. [...] E' lo stesso messaggio evangelico a dirci che la libertà di Dio si è legata a noi, che la sua libera grazia solo in noi trova la propria consistenza reale, che Dio non vuol essere libero per sé, ma per l'uomo.
Brano tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
DBW 3,58s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002, 54].
Infatti, nel linguaggio biblico la libertà non è qualcosa che l'uomo abbia per sé, ma qualcosa che ha per gli altri. Nessun uomo è libero 'in sé', cioè come se fosse nel vuoto, al modo in cui può essere in sé musicalmente dotato, o intelligente, o cieco. La libertà non è una qualità dell'uomo, non è una capacità che possa essere scoperta in lui, per quanto nel profondo, ma è una disposizione, un modo di essere. Chi sottopone a esame l'uomo alla ricerca della libertà, non ne trova traccia. Perché? Perché la libertà non è una qualità che possa essere scoperta, o un possesso, qualcosa di dato, di oggettivo, neppure una forma per un dato, ma è un rapporto e niente altro. E' in effetti un rapporto tra due. Essere liberto significa 'essere-libero-per-l'altro', perché l'altro mi ha legato a sé. Solo in rapporto all'altro sono libero. [...] E' lo stesso messaggio evangelico a dirci che la libertà di Dio si è legata a noi, che la sua libera grazia solo in noi trova la propria consistenza reale, che Dio non vuol essere libero per sé, ma per l'uomo.
Brano tratto da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
giovedì 8 ottobre 2009
Malachia 3, 13-18
Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: "Che abbiamo contro di te?".
Avete affermato: "È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall'aver osservato i suoi comandamenti o dall'aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti?
Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti".
Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l'orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome.
Essi diverranno - dice il Signore degli eserciti - mia proprietà nel giorno che io preparo. Avrò compassione di loro come il padre ha compassione del figlio che lo serve.
Voi allora vi convertirete e vedrete la differenza fra il giusto e l'empio, fra chi serve Dio e chi non lo serve.
Avete affermato: "È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall'aver osservato i suoi comandamenti o dall'aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti?
Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti".
Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l'orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome.
Essi diverranno - dice il Signore degli eserciti - mia proprietà nel giorno che io preparo. Avrò compassione di loro come il padre ha compassione del figlio che lo serve.
Voi allora vi convertirete e vedrete la differenza fra il giusto e l'empio, fra chi serve Dio e chi non lo serve.
mercoledì 7 ottobre 2009
Vangelo secondo Luca 11, 1-4
Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli".
Ed egli disse loro: "Quando pregate, dite:
Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione".
Ed egli disse loro: "Quando pregate, dite:
Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione".
giovedì 1 ottobre 2009
Emily, 130
Son questi i giorni in cui gli uccelli ritornano -
solo pochi - uno o due -
per dare uno sguardo indietro.
Sono questi i giorni in cui i cieli riprendono
i vecchi sofismi di giugno -
un errore blu e oro.
O frode che non inganna l'ape -
la tua plausibilità
quasi mi induce a credere.
Finchè fili di semi portano testimonianza
e piano attraverso l'aria alterata
si affretta una timida figlia.
O sacramento dei giorni d'estate,
o ultima comunione nell'aria velata -
concedi a una bambina di unirsi.
Che riceva i tuoi emblemi sacri -
che prenda il tuo pane consacrato
e il tuo vino immortale!
solo pochi - uno o due -
per dare uno sguardo indietro.
Sono questi i giorni in cui i cieli riprendono
i vecchi sofismi di giugno -
un errore blu e oro.
O frode che non inganna l'ape -
la tua plausibilità
quasi mi induce a credere.
Finchè fili di semi portano testimonianza
e piano attraverso l'aria alterata
si affretta una timida figlia.
O sacramento dei giorni d'estate,
o ultima comunione nell'aria velata -
concedi a una bambina di unirsi.
Che riceva i tuoi emblemi sacri -
che prenda il tuo pane consacrato
e il tuo vino immortale!
mercoledì 16 settembre 2009
Il giuramento e la menzogna - Dire la verità
Dietrich Bonhoeffer
DBW 4,130s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002, 126s].
Che cos'è il giuramento (Mt 5,33-37)? E' il chiamare pubblicamente Dio a testimonedi un'affermazione che faccio su qualcosa del passato, del presente o del futuro. [...] Il giuramento è la prova della menzogna del mondo. Se l'uomo non potesse mentire, non sarebbe necessario alcun giuramento. Dunque il giuramento è un baluardo contro la menzogna. Ma appunto per questo esso contemporaneamente la incrementa; infatti, dove c'è solo il giuramento a garantire una veracità definitiva, non si fa che dare spazio alla menzogna nella vita, le si riconosce un certo diritto all'esistenza. La legge dell'Antico Testamento rifiuta la menzogna ricorrendo al giuramento, Gesù invece rifiuta la menzogna vietando il giuramento. [...]
Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Con questo la parola dei discepoli non è affatto sottratta alla responsabilità al cospetto di Dio onniscente. Anzi, proprio il fatto di non menzionare esplicitamente il nome di Dio pone semplicemente ogni parola del discepolo alla presenza indiscussa di Dio onniscente. Poiché non esiste parola alcuna che non sia pronunciata al cospetto di Dio, il discepolo di Gesù non deve giurare. Ogni sua parola deve essere solo verità, così da non aver bisogno di conferma con il giuramento. Esso getta, infatti, l'ombra del dubbio su tutte le altre parole.
DBW 16,619,621s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002].
Dal momento in cui impariamo a parlare, ci viene insegnato che le nostre parole devono essere veritiere. Che cosa significa? che cosa significa 'dire la verità'? [...]
'Dire la verità' non è soltanto una questionedi convinzione,ma anche di esatta valutazione e di seria riflessione sulla situazione reale. Quanto più varie sono le condizioni di vita di un uomo, tanto maggiore sarà per lui la responsabilità e la difficoltà di 'dire la verità'. [...] Bisogna dunque imparare a dire la verità. Questo suonerà scandaloso per chi pensa che sia sufficiente un atteggiamento morale irreprensibile e che il resto sia un gioca da bambino. Ma non è possibile nemmeno una volta disgiungere l'etica dalla realtà e per questo una sempre migliore conoscenza della realtà è parte integrante dell'azione etica. Ma nel caso in esame l'azione consiste in parole. Bisogna esprimere il reale in parole. In ciò consiste appunto il parlare veritiero. Ma allora si pone inevitabilmente il problema del 'come' parlare. Si tratta di trovare caso per caso la 'parola giusta'. E' questione di uno sforzo lungo, serio e sempre crescente basato sull'esperienza e la conoscenza della realtà.
Brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
DBW 4,130s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002, 126s].
Che cos'è il giuramento (Mt 5,33-37)? E' il chiamare pubblicamente Dio a testimonedi un'affermazione che faccio su qualcosa del passato, del presente o del futuro. [...] Il giuramento è la prova della menzogna del mondo. Se l'uomo non potesse mentire, non sarebbe necessario alcun giuramento. Dunque il giuramento è un baluardo contro la menzogna. Ma appunto per questo esso contemporaneamente la incrementa; infatti, dove c'è solo il giuramento a garantire una veracità definitiva, non si fa che dare spazio alla menzogna nella vita, le si riconosce un certo diritto all'esistenza. La legge dell'Antico Testamento rifiuta la menzogna ricorrendo al giuramento, Gesù invece rifiuta la menzogna vietando il giuramento. [...]
Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Con questo la parola dei discepoli non è affatto sottratta alla responsabilità al cospetto di Dio onniscente. Anzi, proprio il fatto di non menzionare esplicitamente il nome di Dio pone semplicemente ogni parola del discepolo alla presenza indiscussa di Dio onniscente. Poiché non esiste parola alcuna che non sia pronunciata al cospetto di Dio, il discepolo di Gesù non deve giurare. Ogni sua parola deve essere solo verità, così da non aver bisogno di conferma con il giuramento. Esso getta, infatti, l'ombra del dubbio su tutte le altre parole.
DBW 16,619,621s. [trad. it. Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, in ODB 8, Queriniana, Brescia 2002].
Dal momento in cui impariamo a parlare, ci viene insegnato che le nostre parole devono essere veritiere. Che cosa significa? che cosa significa 'dire la verità'? [...]
'Dire la verità' non è soltanto una questionedi convinzione,ma anche di esatta valutazione e di seria riflessione sulla situazione reale. Quanto più varie sono le condizioni di vita di un uomo, tanto maggiore sarà per lui la responsabilità e la difficoltà di 'dire la verità'. [...] Bisogna dunque imparare a dire la verità. Questo suonerà scandaloso per chi pensa che sia sufficiente un atteggiamento morale irreprensibile e che il resto sia un gioca da bambino. Ma non è possibile nemmeno una volta disgiungere l'etica dalla realtà e per questo una sempre migliore conoscenza della realtà è parte integrante dell'azione etica. Ma nel caso in esame l'azione consiste in parole. Bisogna esprimere il reale in parole. In ciò consiste appunto il parlare veritiero. Ma allora si pone inevitabilmente il problema del 'come' parlare. Si tratta di trovare caso per caso la 'parola giusta'. E' questione di uno sforzo lungo, serio e sempre crescente basato sull'esperienza e la conoscenza della realtà.
Brani tratti da "Voglio vivere questi giorni con voi", a cura di Manfred Weber, Queriniana, Brescia 2005.
domenica 9 agosto 2009
Emily, 257
" La felicità è come la brevità -
o ad essa proporzionale,
direbbero le scuole -
il modo dell'arcobaleno -
Un velo
colorato, spiegato dopo la pioggia,
avrebbe la stessa chiarezza
non fosse la fuggevolezza -
che è alimento -
"Potesse durare"
chiedevo all'Oriente
quando la striscia curva
accendeva il mio infantile
firmamento -
e io, dalla gioia,
presi gli arcobaleni per cose usuali,
e i cieli vuoti
per eccezionali -
Così pure le vite -
così pure le farfalle -
ritenute magiche - per la paura
che si sottraggano alla vista -
e arricchiscano latitudini lontane -
qualche mattina inaspettata -
la nostra parte - nel creato -
conclusa -
Emily Dickinson, 257
o ad essa proporzionale,
direbbero le scuole -
il modo dell'arcobaleno -
Un velo
colorato, spiegato dopo la pioggia,
avrebbe la stessa chiarezza
non fosse la fuggevolezza -
che è alimento -
"Potesse durare"
chiedevo all'Oriente
quando la striscia curva
accendeva il mio infantile
firmamento -
e io, dalla gioia,
presi gli arcobaleni per cose usuali,
e i cieli vuoti
per eccezionali -
Così pure le vite -
così pure le farfalle -
ritenute magiche - per la paura
che si sottraggano alla vista -
e arricchiscano latitudini lontane -
qualche mattina inaspettata -
la nostra parte - nel creato -
conclusa -
Emily Dickinson, 257
sabato 25 luglio 2009
Le amnesie delle politche migratorie
di Valerio Onida
Il Sole 24ore, 20 luglio 2009
Il Sole 24ore, 20 luglio 2009
La prima impressione, di fron¬te alle norme del pacchetto sicurezza dedicate agli immigrati, e alla successiva proposta di regolarizzazione di badanti e colla¬boratori familiari, è quella di un at¬teggiamento schizofrenico del legislatore. Il 15 luglio viene promul¬gata la legge che, fra l'altro, intro¬duce il nuovo reato di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato», "criminalizzando" tutti gli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. Non è passato nemmeno un giorno, ed ecco il Governo promuovere in Parlamento un emendamento che sospende di fatto l'applicazione del nuovo reato nei confronti di ba¬danti e colf, fino al 30 settembre o fino all'eventuale rigetto della do¬manda di regolarizzazione (salvo però tornare ad applicarlo in caso di mancata regolarizzazione: col che potrebbe profilarsi una sorta di autodenuncia per coloro le cui domande saranno respinte).
Ce ne sarebbe abbastanza per constatare quanto siano fondati i rilievi sull'improprio modo di legi¬ferare del Parlamento, mossi dal Capo dello Stato (senza però effet¬ti giuridici di sorta) nella lettera in¬viata al Presidente del Consiglio.
Ma è forse più interessante do¬mandarsi quali siano, e se siano da condividere, gli indirizzi del Go¬verno e della maggioranza in tema di politiche migratorie. I movi¬menti migratori sono, come è no¬to, un fenomeno di massa non evi¬tabile, collegato a fattori e realtà propri del nostro tempo e del no¬stro mondo globalizzato.
La Costituzione (scritta in un'epoca in cui erano gli italiani a emigrare) si limita a stabilire che la Repubblica «riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero» (articolo 35). Quanto agli stranieri, riconosce il diritto di asilo a co¬loro cui sia impedito nel loro pa¬ese l'esercizio delle libertà de¬mocratiche (articolo io). Ma la libertà di emigrazione è espres¬samente riconosciuta a «ogni in¬dividuo» dall'articolo 13 della Dichiarazione universale dei di¬ritti dell'uomo, e riguarda dun¬que anche chi nel nostro paese viene o vuole venire, non solo chi vuole andarsene.
Qual è dunque la politica dell'Italia riguardo a questo fe¬nomeno? In realtà il nostro pae¬se non si è mai dato una seria ed efficace politica dell'immigra¬zione. Consideriamo un solo ele¬mento: chi entra in Italia (legal¬mente o illegalmente), salva la ristretta minoranza che lo fa per darsi ad attività magari lucrose ma illecite, è alla ricerca di un lavoro per assicurare a sé e alla fa¬miglia mezzi di sostentamento, e delle correlative condizioni di vita (alloggio, servizi). È dun¬que determinante, tanto più per un paese come il nostro in cui vi è un'offerta di lavoro che rimar¬rebbe altrimenti insoddisfatta (non solo per badanti e colf), consentire e favorire l'accesso degli immigrati al lavoro. Mala nostra legislazione richiede, per consentire tale accesso, che lo straniero sia munito di un per¬messo di soggiorno che abiliti al lavoro medesimo; tuttavia la concessione di un tale permes¬so è a sua volta subordinata alla dimostrazione della disponibili¬tà del lavoro.
È un serpente che si morde la coda: ed ecco l'ipocrisia di "quo¬te" annuali di ingresso per gli stranieri, formalmente destina¬te a soddisfare richieste di perso¬ne residenti all'estero che voglio¬no immigrare, e che di fatto ven¬gono usate invece per persone che già si trovano nel nostro ter¬ritorio, regolarmente o irregolar¬mente. D'altra parte, qual è il da¬tore di lavoro (famiglia o impren¬ditore) che assume il lavoratore a 5.ooo chilometri di distanza, senza conoscerlo? Eppure la no¬stra legge non prevede la possibi¬lità di soggiornare legalmente alla ricerca di un lavoro: l'istituto dell'ingresso garantito da uno sponsor, per inserimento nel mercato del lavoro, introdotto nel 1998, venne abolito dalla leg¬ge Bossi Fini del 2002. E sarebbe interessante sapere quante e quali siano (temo ben poche) le attività di formazione professio¬nale nei paesi di origine, finalizzate all’«inserimento mirato» nei settori produttivi italiani, ef¬fettivamente realizzate secondo la previsione di legge che ha so¬stituito quella degli sponsor.
Per converso, le frequenti mo¬difiche legislative degli ultimi anni sono state tutte volte, co¬me quelle del "pacchetto sicurezza", a "indurire" il trattamen¬to riservato agli stranieri, in un'ottica che vede nell'immigra¬to quasi solo un pericolo per la sicurezza pubblica. E se ora si re¬golarizzano badanti e colf, non è per una resipiscenza, ma solo per l'egoistico timore di privare le famiglie di un sostegno ad es¬se necessario. A loro volta le po¬litiche locali assai spesso sono andate nella direzione di discri¬minare, non di rado illegittima¬mente, nell'accesso ai servizi pubblici e alle prestazioni socia¬li, e nell'esercizio di diritti ele¬mentari come la libertà religio¬sa, gli stessi immigrati regolari, visti come sgraditi "concorren¬ti" degli italiani o come minac¬cia per la nostra "identità".
Non ultima, c'è la questione della partecipazione degli stranieri alla vita pubblica. Fin dal 1992 esiste una convenzione del Consiglio d'Europa in base alla quale gli Stati aderenti si impe¬gnano, fra l'altro, a riconoscere agli stranieri regolarmente resi¬denti da cinque anni l'elettorato attivo e passivo nelle elezioni lo¬cali: ebbene, l'Italia non aderi¬sce a questa parte della conven¬zione, e dunque nelle nostre cit¬tà centinaia di migliaia di stra¬nieri che vivono, lavorano, paga¬no le tasse e usano i servizi loca¬li sono esclusi dall'esercizio dell'elementare diritto di parte¬cipare alla scelta degli ammini¬stratori: con buona pace dell'idea stessa di democrazia.
domenica 19 luglio 2009
Cristo, il Messia mite che gli ebrei non riconobbero
di Giovanni Reale
intervento che si è tenuto il 5 luglio al Teatro Dal Verme, a Milano.
Alla serata, dal titolo: «Il dialogo invisibile che esiste»,
nel quadro del Festival «La Milanesiana - Letteratura Musica Cinema» curato da Elisabetta Sgarbi,
hanno partecipato Elie Wiesel, Alain Elkann, Tahar Ben Jelloun, monsignor Rino Fisichella e la cantante francese Anne Ducros.
intervento che si è tenuto il 5 luglio al Teatro Dal Verme, a Milano.
Alla serata, dal titolo: «Il dialogo invisibile che esiste»,
nel quadro del Festival «La Milanesiana - Letteratura Musica Cinema» curato da Elisabetta Sgarbi,
hanno partecipato Elie Wiesel, Alain Elkann, Tahar Ben Jelloun, monsignor Rino Fisichella e la cantante francese Anne Ducros.
Il Cristianesimo non è pensabile al di fuori dell'Ebraismo. La Legge di Mosè rimane, per Cristo, volontà e parola di Dio, e quindi sacrale. E ha detto questo senza mezzi termini. In Matteo ( 5, 17- 18) si legge: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento: in verità vi dico, finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà della Legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto sia compiuto». Dunque, Cristo non abolisce la Legge e i Profeti. Però proprio con Lui i Profeti cessano di essere, in quanto con Lui si era realizzato ciò che ciò che essi avevano preannunciato. In Luca ( 16, 16) si precisa: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunciato il regno di Dio». Pertanto, le prove che Cristo sia figlio di Dio in primo luogo sono le profezie che sono durate per lungo tempo, e che nessun'altra religione ha avuto; in secondo luogo, dipendono dal fatto che tali profezie si siano verificate, perfino nei dettagli. Per quanto riguarda il rapporto del Cristianesimo con l'Ebraismo, è da tenere ben presente il fatto che l'ultimo profeta di Cristo è stato proprio Giovanni Battista, che non solo lo ha previsto, ma lo ha indicato a dito. Dopo la venuta di Cristo non ci sono più stati profeti in terra di Israele. E questo costituisce un dato di fatto veramente incontrovertibile. Pascal scriveva: « Per provare Gesù Cristo abbiamo le profezie, che sono prove solide e tangibili. Ed essendosi queste profezie avverate, ed essendo state provate come veritiere dal verificarsi dell'evento, fondano la certezza di questa verità e, pertanto la prova della divinità di Gesù Cristo » ( n. 730). E ancora: «Quando un solo uomo avesse composto un libro di predizioni su Gesù Cristo, nei riguardi del tempo e della maniera, e Gesù Cristo fosse venuto conformemente a tali profezie, ciò avrebbe una forza infinita. Ma qui c'è di più. È un seguito di uomini, per la durata di quattromila anni, che costantemente senza variazioni sorgono uno dopo l'altro a predire lo stesso avvenimento. È tutto un popolo che lo annuncia, e che esiste da quattromila anni per rendere solidamente testimonianza delle promesse ricevute e da cui essi non possono essere distolti, quali che siano le minacce e persecuzioni che loro vengono fatte: questo è ben altrimenti degno di considerazione» ( n. 728). Ciò che gli ebrei non hanno accettato nella figura di Cristo è proprio la sua umiltà, la sua kénosis, ossia il suo abbassamento, che è, invece, ciò che di più elevato c'è in Lui. Kierkegaard scriveva: « Chi è l'invitante? Gesù Cristo. Quale Gesù Cristo? Il Gesù Cristo che siede nella gloria alla destra del Padre? No. Dal trono della gloria egli non ha pronunciato parola alcuna. Dunque, nelle parole d'invito Gesù Cristo le ha pronunciate nel suo abbassamento, nella sua condizione di abbassamento». Ma è proprio la miseria dell'uomo assunta su di sé che Cristo vuole riscattare e sacralizzare, ossia tutte le sofferenze dell'uomo e la stessa morte. Albert Camus, nel suo libro Uomo in rivolta , ha espresso questo concetto in modo assai forte: «Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte [...]. La sua soluzione è consistita innanzi tutto nell'assumerli in sé. Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili, perché è straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il Lamma sabactani e il dubbio tremendo del Cristo in agonia. L'agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall'eterna speranza. Per essere uomo il dio deve disperare». Ed è proprio la morte in croce che per gli Ebrei è inaccettabile. Già fra coloro che lo videro sulla croce alcuni espressero tale convinzione. Matteo ( 27, 39- 43) riferisce: «E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: ' tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni', salva te stesso! Se tu sei figlio di Dio, scendi dalla croce! Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: ' Ha salvato altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti, Sono figlio di Dio'». Una prima risposta assai significativa data a tali accuse che richiamiamo è quella di Agostino: «Dice magari qualcuno: se era in lui questo potere, perché allora, quando i Giudei lo insultarono mentre era appeso alla croce e dissero: Se è Figlio di Dio, discenda dalla croce, non discese, in modo da mostrare il suo potere discendendo dalla croce? Non scese dalla croce perché insegnava la pazienza, e per questo rinviava la manifestazione della sua potenza. Infatti, se lasciandosi indurre dalle loro parole, fosse disceso, lo si sarebbe ritenuto vinto dal dolore per i loro insulti. Pertanto, non discese; rimase là inchiodato, pur potendo discendere quando avesse voluto. Era forse qualcosa di straordinario scendere dalla croce, per Lui che poté risorgere dal sepolcro?». Una seconda risposta che richiamiamo è quella di Kierkegaard, il quale ha affermato che proprio in quanto era Figlio di Dio, Cristo non è sceso dalla croce e ha provato la sua divinità, il suo essere vero Dio e vero uomo. Infatti, precisa Kierkegaard, «se Egli fosse stato un impostore, allora avrebbe potuto entrare facilmente nel personaggio e far vedere che, proprio nel momento in cui Egli dimostrava la sua divinità, si smentiva da solo». Ricordiamo infine uno splendido aforisma di Simone Weil, che suona come un vero e proprio paradosso esplosivo: « Dio ha dovuto incarnarsi e soffrire, per non essere inferiore all'uomo » , ossia per assumere su di sé, per amore, tutto ciò che è caratteristico dell'uomo ( che è una sua creatura), e proprio il dolore al massimo grado con la morte sulla croce.
Agostino, un santo che parla ai giovani d'oggi
di Gérard Depardieu
"Agorà", domenicale dell'Avvenire, Domenica 5 luglio 2009, n. 176
"Agorà", domenicale dell'Avvenire, Domenica 5 luglio 2009, n. 176
Per me tutto è cominciato a Roma nel Giubileo del 2000. Ho voluto andarci in pellegrinaggio perché ammiravo molto Giovanni Paolo II. Mi sono trovato tra i cardinali e l’orchestra; sono stato presentato al Santo Padre. Egli mi ha guardato ed ha esclamato all’indirizzo dei cardinali che lo circondavano: «Agostino! Bisogna parlargli di Agostino!». Il Cardinale Poupard si augurava che facessi un film, ma gli ho obiettato che non conoscevo nulla dell’opera di Sant’Agostino. Mi ha consigliato di cominciare con "Le Confessioni". All’inizio, la lettura non è stata agevole, ma le parole di Agostino mi hanno catturato. La sua riflessione mi è sembrata sublime e mi ha rinviato a me stesso, al mio percorso..
Tra i 15 e i 17 anni non sapevo più esprimermi, non parlavo più, per colpa di una iper-emotività patologica. Solo le parole altrui, degli scrittori, sono riuscite a calmarmi. Quando ho letto Sant’Agostino, ho respinto l’idea di un film, perché l’immagine finisce per legare troppo. Al contrario le parole di Agostino e ciò che egli lascia intendere ci offrono la sua vera dimensione. Mi sono incollato a quel libro che non mi ha più mollato e che percorro tutti i giorni. Per vent’anni sono andato da un analista: i libri X e XI delle Confessioni (un pozzo di riferimenti per gli psicoanalisti!) forniscono risposte alle nostre domande più intime e calmano i nostri interrogativi più dolorosi.
La voce di Sant’Agostino assomiglia alla poesia di un uomo che non sa dire che cosa gli capita. Quella ricerca mi tocca perché mi rinvia alla mia stessa fragilità ed a ciò che ho vissuto nei momenti cruciali dell’esistenza. Così come li ho istintivamente percepiti, la luce e una certa verità di Agostino mi hanno toccato e hanno fatto nascere in me la voglia di un momento da condividere con altri. Ho immaginato una stanza dove le persone si raccolgano: chiesa, tempio, moschea, sinagoga. Accendere quattro candele che si consumano in 45 minuti - Molière calcolava gli atti delle sue commedie sulla durata di una candela - , sistemarmi là, senza scombussolare nulla, annunciare semplicemente una lettura all’entrata della chiesa. Ho incontrato il presidente Bouteflika ad Algeri, nel 2001, in piena recrudescenza del fondamentalismo musulmano, e abbiamo parlato soltanto di Sant’Agostino . Gli ho detto che avevo bisogno di una guida, e lui mi ha consigliato André Mandouze che, guarda caso, era ad Algeri in quello stesso periodo. Ero colpito, ma perduto nei libri di Sant’Agostino . Pochi giorni dopo il nostro incontro, André mi ha offerto ciò che cercavo: la storia di Agostino, la sua vita di prima, la conversione e l’estasi.
Ho lasciato la scuola a 13 anni, e il catechismo prima ancora della comunione, perché padre Lefèvre che aveva la responsabilità della mia anima mi trovava troppo turbolento. In realtà, ero uno che guardava la vita. Goloso. Vivo. Col desiderio attorcigliato al corpo di conoscere tutto, di capire tutto. A quell’epoca, negli anni Cinquanta, i figli dei poveri non si mescolavano con quelli dei ricchi. Mio padre, lattoniere, benché gregario del Tour de France, era analfabeta, e mia madre faceva molti figli. Ero un’erba selvatica che cresce, animata in permanenza dalla voglia di far bene.
Ero cattolico, non praticante, e in me avevo sempre la presenza del mistero.
Senza conoscere nulla, persino senza saperlo, avevo la Fede. Se la Fede è appunto la voglia di vivere e di guardare tutto, di captare tutto. Mai i miei genitori hanno messo divieti alla mia voglia. Se ne è incaricata la vita. Ho dovuto cercare le mie guide. Ne ho trovate due: Jean Giono e il suo "Canto del mondo". Alla fine dell’adolescenza, quando ho lasciato Chateauroux, avevo in tasca, a portata di mano, i "Racconti di un pellegrino russo".
Tenevo sempre nel fondo di me la supplica «Signore Gesù, abbi pietà di me!», la respiravo e toglieva tutte le mie paure.
Ero pesante di spiritualità senza saperlo.
Ora Sant’Agostino mi ha riconciliato con la Bibbia
venerdì 3 luglio 2009
A cena con Matteo
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 9,9-13
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".
Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".
Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
martedì 9 giugno 2009
Preghiera per quando si è stanca e tristi - Luigi Giussani
Le due grazie che il Signore dona sono: la tristezza e la stanchezza.
La tristezza perché mi obbliga alla memoria
e la stanchezza perché mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose.
Fà o Dio
che una positività totale guidi il mio animo,
in qualsiasi condizione mi trovi,
qualunque rimorso abbia,
qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
qualunque oscurità mi circondi,
qualunque inimicizia, qualunque morte mi assalga.
Perché Tu,
che hai fatto tutti gli esseri,
sei per il bene.
Tu sei l’ ipotesi positiva su tutto ciò che vivo
La tristezza perché mi obbliga alla memoria
e la stanchezza perché mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose.
Fà o Dio
che una positività totale guidi il mio animo,
in qualsiasi condizione mi trovi,
qualunque rimorso abbia,
qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
qualunque oscurità mi circondi,
qualunque inimicizia, qualunque morte mi assalga.
Perché Tu,
che hai fatto tutti gli esseri,
sei per il bene.
Tu sei l’ ipotesi positiva su tutto ciò che vivo
mercoledì 27 maggio 2009
In quel tempo Paolo disse
Dagli Atti degli Apostoli: 20, 32-35
"Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati.
Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani.
In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: 'Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!'"
"Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati.
Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani.
In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: 'Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!'"
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